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Termine per l’appello: vale il deposito o la comunicazione?

È stata dichiarata legittima la decisione del Giudice di merito che ha confermato l’inammissibilità dell’appello se proposto dopo la scadenza del termine lungo di sei mesi dalla data di avvenuto deposito della sentenza di primo grado.

Il predetto principio di diritto è stato oggetto di una recente pronuncia della Corte di Cassazione.

La vicenda in oggetto trae origine da un’azione di risarcimento danni derivante dalla fornitura di acqua non potabile, proposta avanti al Giudice di Pace del Tribunale di Viterbo che, essendo stata rigettata con sentenza, veniva impugnata avanti al Tribunale della medesima città. Sul punto, il Giudice aveva rilevato che l’appello era stato proposto oltre il termine lungo, corrispondente a sei mesi, decorrente dalla data di deposito della sentenza di primo grado e aveva dichiarato lo stesso inammissibile. Nello specifico, il giudicante evidenziava che tale termine dovesse decorrere dalla data indicata nel timbro apposto in calce alla sentenza di merito recante la sottoscrizione del Cancelliere certificando, dunque, la data di deposito della sentenza. Riteneva errato, invece, considerare la data successiva, ossia quella risultante dal timbro apposto per l’avviso alle parti che ne attesta la relativa comunicazione.

La società soccombente ricorreva così in Cassazione adducendo quattro motivi. In particolare, la ricorrente sosteneva che gli appellati non avessero eccepito la tardività dell’appello e che da verbale risultasse unicamente pubblicata la minuta della sentenza; la mancata concessione di termini a difesa in relazione alla questione del dies a quo per proporre appello; questioni relative al corretto esame e accertamento relativo all’inserimento dell’atto, oggetto di deposito, all’interno dell’elenco cronologico delle sentenze, nonché al procedimento di completamento di pubblicazione della sentenza.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto infondati i motivi proposti e ha conseguentemente rigettato il ricorso.

La motivazione addotta concerne la questione inerente la scissione tra la data di deposito della sentenza e la data di pubblicazione. Nel caso di specie si è in presenza di un’unica data, ovverosia quella di deposito della sentenza presente in calce al provvedimento e facente fede sino a querela di falso. Dunque, il principio giurisprudenziale richiamato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 18569 del 2016, secondo il quale occorre prestare attenzione, ai fini dell’accertamento della data di deposito in cancelleria della sentenza, all’inserimento nell’elenco cronologico delle sentenze, viene in rilievo nel solo caso in cui in calce alla sentenza siano apposte due differenti date, una di deposito e una di pubblicazione. Non è questo il caso concreto, poiché le date oggetto di discussione concernono il deposito/pubblicazione della sentenza e la comunicazione alle parti.

Concludendo, alla luce di quanto esposto, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla società in quanto, nel caso di specie, i riferimenti giurisprudenziali inerenti la scissione tra la data di deposito della sentenza e la data di pubblicazione non sussistono, essendo in presenza di un’unica data, ovverosia quella del deposito della sentenza fidefaciente fino a querela di falso. L’appello risulta dunque essere inammissibile ove depositato oltre il termine lungo di sei mesi decorrenti dalla data di deposito della sentenza di primo grado.

Cass., Sez. VI, Ord., 30 giugno 2020, n. 12978

Giulia Simontacchi – g.simontacchi@lascalaw.com

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