Termine annuale per le tardive? Nel silenzio, niente proroga

La proroga del termine annuale ex art. 101 l.f., per particolare difficoltà della procedura, non può essere desunta implicitamente ma deve essere sempre annunciata nella sentenza dichiarativa di fallimento. 

I termini perentori attribuiti ai creditori, nel fallimento, sono pochi ma buoni: 30 giorni antecedenti alla prima udienza, per la presentazione delle domande tempestive, 12 mesi dal decreto di esecutività del primo stato passivo, per le domande tardive (termine che, peraltro, verrà dimezzato a 6 mesi con la nuova procedura di liquidazione giudiziale allorchè entrerà in vigore il Codice della Crisi). 

Con la sola eccezione contemplata nell’ipotesi di procedure particolarmente complesse per cui, secondo l’art. 101 l.f., il Giudice può prolungare a 18 il predetto termine annuale. 

Ma quanto una procedura può effettivamente complessa?

La sentenza in commento ci aiuta a sciogliere questo nodo che, da quanto si evince dal caso concreto, può apparire parecchio intricato. 

Premessa necessaria: il Giudice Delegato, a norma dell’articolo 16 l.f., deve fissare l’udienza delle domande tempestive entro 120 giorni dalla dichiarazione di fallimento e, solo nel caso – ancora una vota – di procedure particolarmente intricate, entro 180. 

Ebbene, un creditore, sul solo presupposto che la prima udienza di verifica crediti fosse stata fissata oltre 120 giorni ha erroneamente ritenuto valevole il termine “lungo” e, per tale motivo, la sua domanda è stata dichiarata inammissibile in quanto ultratardiva.

“Attenzione!”, avverte la Cassazione. In primo luogo, il termine di cui all’articolo 16 e quello ex art. 101 l.f. sono diversi. 

Il primo è un termine attribuito al Giudice Delegato e il suo mancato rispetto “non potrebbe comportare alcuna decadenza […] essendo inipotizzabile che non si faccia luogo all’esame del passivo” e non si può dare per scontato che, nel caso in cui non venga rispettato, ciò equivalga ad implicita qualificazione della procedura come particolarmente complessa. 

Il termine annuale per le domande tardive, invece, comporta eccome decadenze ed infatti la domanda presentata in epoca successiva è inammissibile salvo che il creditore non provi che il ritardo non sia dipeso a fatto a lui non imputabile. 

Tale termine, recita la norma, “può” essere prorogato dal Tribunale “con la sentenza dichiarativa di fallimento”.

È proprio il tenore strettamente letterale della disposizione ad essere risolutivo.

Secondo la Suprema Corte: l’utilizzo della parola “può” (che lascia denotare un potere discrezionale attribuito al Giudice), da un lato e la necessità di qualificare la procedura come “particolarmente complessa” direttamente nella sentenza di fallimento, dall’altro lato, non consente di poter ritenere che il termine annuale possa essere differito a 180 giorni in maniera implicita. 

Neppure se la prima udienza è fissata oltre i 120 giorni di cui all’art. 16, come invece, sosteneva l’opponente. 

Precisa la Cassazione che “ove pure si voglia ipotizzar che la particolare complessità di una procedura fallimentare legittimi il tribunale ad ampliare il termine di cui all’art. 16 l.f., comma 1, n. 4, l. fall., benché senza darne espressamente conto, ciò non significa che il medesimo tribunale sia, implicitamente o esplicitamente, obbligato a prorogare, solo per questo, e senza un’inequivoca motivazione sul punto nella sentenza di fallimento, il diverso termine di cui all’art. 101 l.f.”

Dunque, con i termini perentori non si scherza. Nulla deve darsi per scontato e, nel silenzio del Giudice nella sentenza di fallimento, si conti sempre fino a 12 (mesi). 

Cass., Sez. 1, n. 25911/2021

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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