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Tempi duri per gli internet service provider

Il Tribunale di Roma ha condannato la piattaforma americana Vimeo ad un risarcimento di 8,5 milioni di euro nei confronti di RTI, società del gruppo Mediaset, per la pubblicazione e la mancata rimozione di video tratti da programmi tv coperti da diritto d’autore.

La controversia era stata promossa da RTI (Radio Televisione Italiana) contro la piattaforma americana Vimeo, che tramite il proprio portale intranet di condivisione di contenuti audio-video, diffondeva filmati tratti da programmi televisivi di cui RTI vanta diritti esclusivi di sfruttamento economico.

I diritti d’autore connessi di RTI

La Corte romana ha accolto le pretese di RTI che, in qualità di produttrice diretta o indiretta, lamentava la violazione dei propri diritti connessi di autorizzazione alla riproduzione e alla messa a disposizione del pubblico dei programmi di “Canale Cinque”, “Italia 1”, “Rete 4”, “TG5” e “Studio Aperto”.

La sentenza di primo grado ha infatti confermato, in capo a RTI, il diritto esclusivo ad autorizzare sia la riproduzione integrale o in frammenti dei programmi oggetto di giudizio, sia la loro messa a disposizione del pubblico, in modo che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento individualmente scelto (ai sensi degli art. 78-ter e 79 della Legge sul Diritto d’Autore). Per l’effetto, la riproduzione effettuata da terzi, senza preventiva autorizzazione del titolare, lede direttamente i diritti esclusivi di RTI.

Alla luce di ciò, il Tribunale ha confermato la domanda attorea di tutela del diritto di utilizzazione economica dei programmi di sua titolarità, ordinando a Vimeo la rimozione dal proprio portale telematico di tutti i contenuti audiovisivi tratti dai programmi di RTI ex art. 156 LDA, nonché l’inibitoria all’ulteriore pubblicazione di tali contenuti ex art. 163 LDA.

Vimeo quale “host attivo”

La difesa di Vimeo si basava sulla regola generale per cui gli Internet Service Provider (ISP) non sono responsabili delle informazioni trattate e delle operazioni compiute dagli utenti che fruiscono il servizio, salvo che gli ISP intervengano sul contenuto o sullo svolgimento delle stesse operazioni.

Per l’attività di hosting, infatti, è esclusa la responsabilità del prestatore in base all’art. 14 della Direttiva 31/2000/CE sui servizi della società di informazione, recepita in Italia con D. Lgs. 70/2003, art. 16. La lettera delle disposizioni citate garantisce, infatti, una deroga alla responsabilità del service provider per i contenuti pubblicati sulla propria piattaforma soltanto nel caso in cui il gestore svolga attività di hosting “passivo”, mentre l’esenzione di responsabilità è esclusa in caso di hosting “attivo”.

Il nocciolo della questione si concentra quindi sulla distinzione tra host attivo e passivo. Già in precedenza i giudici capitolini si erano soffermati su questa classificazione, ed in particolare sui requisiti necessari affinché un ISP possa essere definito “attivo”. La sentenza in commento, per l’appunto, conferma l’indirizzo giurisprudenziale già adottato dal Tribunale di Roma nella sentenza del 15 luglio 2016, n. 14279, che si pronunciava su una causa promossa dalla stessa RTI contro Megavideo, responsabile, anche in quel caso, della violazione dei diritti connessi al diritto d’autore di parte attrice.

Analizzando il testo della normativa vigente, l’art. 16 del D. Lgs. 70/2003 prevede deroghe alla responsabilità del server provider per l’attività di hosting sulla propria piattaforma a condizione che lo stesso: a) non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita o non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione; b) non appena a conoscenza di tali fatti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.

Nel caso RTI contro Vimeo, la sentenza ha sottolineato che la diffida stragiudiziale e le ulteriori segnalazioni effettuate da RTI sono da considerarsi idonee alla conoscibilità, da parte di Vimeo, dell’illiceità dei contenuti condivisi sulla piattaforma, con la conseguente insorgenza di un obbligo attivo di intervento da parte dello stesso provider per impedire la prosecuzione dell’illecita comunicazione dei diritti di titolarità di RTI. Tale intervento protettivo di rimozione dei contenuti illeciti, non è invece stato messo in atto da parte convenuta.

Alla luce di ciò, è discutibile la scelta di non utilizzare i criteri forniti dall’art. 16 per definire Vimeo quale host attivo. Il Tribunale è giunto alla stessa conclusione, incardinando però la propria decisione sul dato tecnico per cui Vimeo non si limita a permettere l’accesso alla piattaforma di comunicazione su cui sono trasmesse informazioni messe a disposizioni da terzi (hosting passivo), ma piuttosto mette in atto una complessa e sofisticata organizzazione di sfruttamento dei contenuti che vengono pubblicati sulla piattaforma (hosting attivo).  Al fine della decisione è quindi rilevante il fatto che Vimeo svolga attività di catalogazione, indicizzazione e messa in correlazione dei contenuti audiovisivi, che permetta all’utente di affinare la ricerca utilizzando il dato temporale di inserimento e il livello di popolarità dei video, che associ ai video dei collegamenti pubblicitari a link di terzi, e infine che fornisca dei pacchetti PLUS, Pro e Business che permettano la visualizzazione a pagamento di particolari contenuti.

Anche nella causa RTI vs Megavideo i giudici romani erano giunti a definire l’ISP come host attivo, e quindi ad escludere l’applicabilità delle esenzioni di responsabilità, sulla base di caratteri tecnici della piattaforma stessa. Sotto un diverso punto di vista invece, ciò che in realtà qualifica un host come attivo, è proprio la conoscenza da parte di questo del contenuto illecito pubblicato, e il non aver rimosso immediatamente tale contenuto, come si deriva ex art. 16 del D.Lgs. 70/2003.

Tribunale di Roma, 10 gennaio 2019, n. 693 

Francesca Leoni – f.leoni@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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