Diritto Processuale Civile

Sull’inammissibilita’ dell’atto introduttivo del giudizio depositato con modalita’ telematiche

Con una recentissima decisione il Tribunale di Torino, sezione e nome giudice rifacendosi ad un’altra recente e precedente decisione del Tribunale di Foggia (Decreto 10.04.2014) ha dichiarato l’inammissibilità di un ricorso ex art. 700 c.p.c. depositato per via telematica.

Il ragionamento che ha portato alla declaratoria di inammissibilità del ricorso si fonda sul rilievo che non esisterebbe nel nostro ordinamento giuridico alcuna norma processuale che consenta tale modalità di deposito. Inoltre, secondo quanto disposto dall’art 16 bis della Legge 221/2012 il deposito telematico si imporrebbe solo per gli atti processuali delle parti già costituite.

Recita infatti la norma che “… a decorrere dal 30 giugno 2014 nei procedimenti civili, contenziosi o di volontaria giurisdizione, innanzi al tribunale, il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche ….”.

Il Giudicante, ritenendo che non vi sia alcuna norma processuale che consenta il deposito in forma telematica dell’atto introduttivo del giudizio  ha ritenuto tale atto  viziato geneticamente e, pertanto, esposto alla “grave” sanzione dell’inammissibilità. Nel caso di specie, poi, non troverebbe neppure applicazione  il principio di libertà delle forme previsto dall’art 121 c.p.c. nè tantomeno il principio del raggiungimento dello scopo previsto dall’art. 156, comma 3, c.p.c. secondo cui “la nullità non può essere mai pronunciata, se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato”, trattandosi di vizio genetico.

Il ragionamento logico-giuridico su cui si basa tale decisione si espone ad alcune considerazioni critiche e non trova unanime consenso nella giurisprudenza degli altri Tribunali di merito.

Un’altro recente e contrario orientamento della giurisprudenza di merito, facendo leva sull’applicazione nel caso di specie dell’art. 121 e 156 c.p.c. ritiene il deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio, sebbene non espressamente previsto dall’art. 16 L. 221/2012, nè tantomeno contemplato dai relativi decreti autorizzatori, comunque ammissibile (Tribunale di Bologna, sez. lavoro, ord. 16.07.2014; in senso analogo, Trib. Brescia, sez. lavoro, ord. 7.10.2014).

In altri termini, secondo tali ultime decisioni, l’atto (introduttivo) seppur depositato telematicamente e non mediante deposito in cancelleria, non sarebbe inammissibile e, avendo comunque raggiunto lo scopo a cui è destinato, non potrebbe essere dichiarato nullo.

Il Tribunale di Bologna (in una fattispecie relativa al deposito di un ricorso introduttivo proposto al Tribunale del lavoro solamente per via telematica) ha ritenuto pienamente valido l’atto processuale informatico, ritenendo fermo, in ogni caso, il principio generale di cui all’art. 156 c.p.c. secondo il quale l’atto eventualmente invalido, non può essere dichiarato nullo se ha raggiunto lo scopo cui è destinato, mentre, qualora lo scopo non fosse stato raggiunto, sarebbe stata disposta la rinnovazione della notifica, con salvezza dell’atto.

Si afferma, infatti, in motivazione “… quanto alle modalità di deposito, non si ritiene condivisibile la tesi dell’inammissibilità, posto che la suddetta categoria giuridica è prevista dal nostro ordinamento processuale nei casi tassativamente previsti e solo in due ipotesi (opposizione di terzo, e revocazione) per gli atti introduttivi”.

Ad analoga conclusione giunge anche il Tribunale di Brescia (in un caso anch’esso relativo ad un deposito di una comparsa di costituzione avanti al Tribunale del lavoro in modalità telematica invece che mediante deposito cartaceo in cancelleria).

Secondo il Tribunale bresciano “… ciò che non è previsto non può ritenersi per ciò solo vietato, stante il principio di libertà di forme (art. 121 c.p.c.), ed avendosi riguardo al divieto di pronunciare la nullità di un atto del processo se la nullità non è comminata dalla legge, e comunque mai ove risulti accertato che l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato (art. 156 c.p.c.).

Le motivazioni sottese dalle ultime due decisioni di merito, sembrerebbero, a parere di chi scrive, più convincenti atteso che nel nostro ordinamento la sanzione dell’inammissibilità è espressamente comminata dal legislatore per gli atti introduttivi relativi solamente ai casi di opposizione di terzo e revocazione.

Estendere pertanto  tale sanzione oltre i casi tassativamente previsti, significherebbe operare un’analogia in malam partem vietata dall’art. 14 disp. prel. c.c..

Naturalmente terremo informati i Lettori in merito all’evoluzione della giurisprudenza ed all’emissione di eventuali pronunce di legittimità.

17 novembre 2014

Domenico Meddis – d.meddis@lascalaw.com   

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