Crisi e procedure concorsuali

Sulla competenza del Tribunale fallimentare per le azioni di responsabilità

Corte d’Appello di Milano, 25 maggio 2015 (leggi la sentenza)

La recente sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano, in data 25 maggio 2015, sulla competenza del Tribunale fallimentare rispetto all’azione di responsabilità esperita dal curatore nei confronti degli amministratori, è spunto per una disamina dell’argomento.

La competenza in sede fallimentare, come definita dall’art. 24 L.F., è legata alla vis attractiva della dipendenza delle controversie dal fallimento, rispetto alla quale è indispensabile discriminare tra azioni proposte nei confronti della procedura (ossia idonee ad incidere sulla massa attiva) e controversie proposte dalla procedura  intese sia quali “azioni di massa”, sia quali azioni che per effetto del fallimento subiscono una deviazione dal loro schema tipico, benché relative a rapporti preesistenti. In relazione proprio a quest’ultimi, invero, la regola vuole che siano certamente escluse le azioni in cui il curatore si ponga in veste di semplice avente causa del fallito, facendo valere diritti già preesistenti.

Su tali basi si regge ogni interpretazione offerta sul punto dalla giurisprudenza, seppur con esiti almeno discordanti.

Il contrasto giurisprudenziale si pone proprio sulla qualificazione dell’agire del curatore nell’azione di responsabilità verso gli amministratori, atteso che allo stesso non è consentito di porsi quale semplice sostituto processuale del soggetto legittimato all’azione.

Invero, la giurisprudenza maggioritaria che intende l’azione di responsabilità come preesistente al fallimento, non sorgendo da esso e ben potendo essere promossa dalla società, ovvero dai creditori sociali, ancor prima dell’apertura della procedura concorsuale, ritiene che si tratti di un’azione estranea al novero di quelle attratte alla competenza funzionale del Tribunale fallimentare ex art. 24 L.F. per il suo concretizzarsi in una mera modifica alla legittimazione attiva, tale da non poterne mutare la natura o i presupposti (Trib. Milano 4 ottobre 2013; Cass. n. 5241/1981, Trib. Nola 18 giugno 2009).

Sul punto, si scontra quell’orientamento che, al contrario, ravvisa un certa autonomia dell’azione del curatore, dovuta ad una subita trasformazione, in ragione dell’incompatibilità con le regole dettate dalla legge fallimentare, che non è limitata al mero contesto del fallimento, ma porta al riconoscimento di un vero e proprio strumento autonomo nelle mani del curatore, alla stregua di quanto avviene nella revocatoria ordinaria, di cui all’art. 66 L.F., nella quale l’inconciliabilità con la ratio originaria dell’istituto ne impone la trasformazione (“La prescrizione dell’azione di responsabilità promossa dal curatore fallimentare verso gli amministratori di società di capitali”, Edgardo Ricciardiello in Giur. Comm., fasc. 2, 2009, p. 312; Cass. n. 15487/2000; Cass. n. 6187/1984).

Tale riconosciuta autonomia, scalza del tutto la qualificazione in chiave sostitutiva del curatore nei confronti dei singoli creditori, tanto da giustificare quella tendenza interpretativa ad astrarre l’azione dalle regole codicistiche, che paiono modificate tanto che l’iniziativa del curatore appare caratterizzata da regole e finalità proprie.

Pare, dunque, possa scorgersi l’esistenza di un’azione nuova e derivata dal fallimento, volta al recupero del patrimonio sociale nell’interesse del complessivo ceto creditorio cui va a beneficio.

Circa la legittimazione del curatore con riferimento alle cosiddette “azioni di massa”, con tre sentenze rese il 28 marzo 2006, ai nn. 7029, 7030 e 7031, le Sezioni Unite hanno affermato che “il curatore non deve essere considerato titolare di un generalizzato ed indistinto potere di rappresentanza di tutti i creditori, dovendosi limitare la nozione di azioni di massa solo a quelle dirette alla conservazione del patrimonio del debitore inteso quale garanzia generica per tutti i creditori indistintamente” (quali, certamente, l’azione revocatoria, surrogatoria e d’inefficacia ex art. 44 L.F.).

Proprio a tali azioni di massa fa riferimento la Corte d’Appello di Milano per motivare l’inclusione dell’azione di responsabilità, esperita nei confronti degli amministratori, nel novero di quelle rientranti nella competenza del Tribunale fallimentare, in virtù della specifica funzione di reintegrazione del patrimonio della società ex art. 2740 c.c. riconosciutale.

27 luglio 2015

Matilde Sciagata – m.sciagata@lascalaw.com

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