Crisi e procedure concorsuali

Stato dell’arte sul credito fondiario: rapporto tra procedura fallimentare e procedura esecutiva

Il centro nevralgico della disciplina fallimentare è sicuramente costituito dalle regole che sanciscono il concorso sia formale sia sostanziale tra i creditori anteriori al fallimento.

Per garantire tale concorso è necessario “cristallizzare” il patrimonio sottoposto alla procedura. Obiettivo che, da una part,e viene raggiunto attraverso l’estromissione del debitore dall’amministrazione del suo patrimonio e, dall’altra, impedendo ai singoli creditori di agire esecutivamente sui beni che formano la massa attiva fallimentare. A tale ultimo fine, l’art. 51 L.F. stabilisce che “Salvo diversa disposizione di legge, dal giorno della dichiarazione di fallimento, nessuna azione esecutiva o cautelare, anche per i crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento”. La dichiarazione di fallimento segna, in altre parole, la fine della tutela individuale del credito in sostituzione della quale opera quella collettiva.

Come ogni regola, però, anche quella appena citata ha le sue eccezioni.

La norma in esame, infatti, fa salvi i casi previsti da “diversa disposizione di legge”, tra i quali rientra, appunto, la disciplina normativa dettata in tema di credito fondiario.

Prima di esaminare in dettaglio le particolarità  del credito fondiario, pare opportuno premettere alcune brevi indicazioni sulle finalità di tutela di tale istituto, nonché, sulla sua nozione.

Tali osservazioni consentiranno, infatti, di comprendere meglio la ratio che sta alla base dello speciale trattamento che lo stesso riceve in ambito fallimentare.

In breve: il credito fondiario consente l’acquisto di beni di alto valore, come ad esempio un immobile, offrendo al finanziatore una garanzia adeguata, costituita dall’ipoteca.

Tale istituto va, quindi, sia a vantaggio dell’acquirente, il quale frequentemente non dispone di tutte le risorse necessarie per l’acquisto di un immobile, sia a vantaggio del finanziatore, il quale, pur assumendo il rischio che le condizioni del debitore peggiorando non gli consentano di recuperare la somma data a mutuo, con la previsione della garanzia ipotecaria ha la ragionevole certezza di vedere soddisfatte le proprie pretese.

Detto ciò, bisogna precisare che la disciplina del credito fondiario è contenuta nel Testo Unico Bancario che all’art. 41, comma 2, primo periodo, stabilisce: “l’azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari può essere iniziata o proseguita dalle banche anche dopo la dichiarazione di fallimento del debitore”.

La norma è chiaramente posta a tutela della banca, la quale può continuare l’azione esecutiva anche dopo la dichiarazione di fallimento, ponendosi così in una posizione privilegiata rispetto agli altri creditori. Va peraltro notato che l’istituto di credito non è obbligato a iniziare o continuare l’azione esecutiva, trattandosi di una mera facoltà che gli viene riconosciuta dalla legge.

Dunque, può ben accadere che vi siano due procedimenti paralleli: quello della banca sull’immobile ipotecato e quello fallimentare sull’intero patrimonio del debitore, finalizzato alla vendita dei sui beni e alla soddisfazione paritaria dei creditori.

L’art. 41, t.u.b., stabilisce, però, un’altra regola fondamentale, in quanto prevede che il curatore ha facoltà di intervenire nell’esecuzione. Con questa disposizione, senza impedire che la procedura esecutiva individuale proceda, si consente al curatore di prendervi parte. Tale intervento consente al curatore, cioè al soggetto che rappresenta la posizione del fallito e che deve garantire in sede fallimentare la par condicio creditorum, di prendere parte al procedimento di esecuzione avviato dalla banca, al fine di esercitarvi tutti i poteri atti a tutelare la posizione della massa dei creditori.  Può accade, infatti, che l’immobile venga venduto a un prezzo eccessivamente basso, il che, pur consentendo alla banca di soddisfare per intero il suo credito, potrebbe andare a detrimento degli altri creditori. Il curatore, invece, deve tener conto delle aspettative di tutti gli altri creditori che, non godendo del privilegio goduto dalle banche in materia di credito fondiario, sono costretti a cercare soddisfazione esclusivamente nel contesto della procedura fallimentare.

Infine, la norma in esame termina la sua disciplina stabilendo che: “la somma ricavata dall’esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene attribuita al fallimento”. In altre parole, il ricavato è sicuramente destinato in primis alla banca fino a concorrenza del suo credito, ma l’eccedenza spetta alla soddisfazione degli altri creditori. In assenza di tale disposizione, infatti, la parte eccedente verrebbe assegnata al debitore, il che andrebbe a detrimento di tutti gli altri creditori diversi dalla banca.

Si può pertanto concludere che la posizione di privilegio della banca non va oltre i limiti appena illustrati (possibilità di iniziare o proseguire l’azione esecutiva sull’immobile), dovendosi per il resto applicare le comuni disposizioni fallimentari. In particolare, da un lato, la banca che voglia ottenere soddisfazione del proprio credito nei confronti del debitore deve insinuarsi al passivo del fallimento, e dall’altro, l’art. 41, secondo comma, t.u.b. non fa venire meno l’applicazione dell’art.52, primo comma, l.f., che prevede, appunto, il concorso sostanziale dei creditori sul patrimonio del fallito.

14 aprile 2014

(Francesco Lirangi – f.lirangi@lascalaw.com )

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