Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Spunti in tema di accordi ex art. 182 septies l.fall.

Il Tribunale di Prato ha reso un’interessante sentenza in materia di accordi di ristrutturazione ai sensi dell’art. 182 septies l.fall., concedendo numerosi spunti di riflessione e approfondimento.

Come noto, a differenza degli accordi di ristrutturazione disciplinati dall’art. 182 bis l.fall., quelli di cui all’art. 182 septies l.fall. si hanno nel caso in cui “un’impresa ha debiti verso banche e intermediari finanziari in misura non inferiore alla metà dell’indebitamento complessivo”.

Sulla scorta di tali specifiche, il Tribunale di Prato ha ricavatodue corollari fondamentali. Il primo consiste nel fatto che l’art. 182 septies l.fall. “non è qualcosa di diverso dagli accordi di ristrutturazione di cui all’art. 182 bis l.fall., ma va ad integrare la disciplina prevista in quest’ultima norma nell’ipotesi di composizione qualificata dell’esposizione debitoria nei confronti di banche o intermediari finanziari”; il secondo corrisponde alla marcata “deroga rispetto ad uno dei principi della disciplina generale dei contratti, i.e. il principio di relatività ex art. 1372 c.c., consentendo che l’efficacia dell’accordo venga estesa, alle condizioni indicate nello stesso art. 182 septies l.fall., anche ai creditori non aderenti”.

Quest’ultimo corollario trova espressione nel secondo comma dell’art. 182 septies, a mente del quale l’accordo in esame “può individuare una o più categorie tra i creditori di cui al primo comma che abbiano fra loro posizione giuridica e interessi economici omogenei (…) il debitore può chiedere che gli effetti dell’accordo vengano estesi anche ai creditori non aderenti che appartengano alla medesima categoria, quando tutti i creditori della categoria siano stati informati dell’avvio delle trattative e siano stati messi in condizione di parteciparvi in buona fede e i crediti delle banche e degli intermediari finanziari aderenti rappresentino il settantacinque per cento dei crediti della categoria”.

La particolarità della fattispecie oggetto della sentenza de qua è duplice: da un lato, il debitore ha predisposto un’unica categoria di creditori bancari, la quale racchiude tanto i crediti ipotecari quanto quelli chirografari; dall’altro, ha previsto, in subordine, che il Tribunale possa provvedere ope iudicis a suddividere i creditori in due categorie corrispondenti al diverso grado, così da fare in modo che venga comunque rispettato il requisito della necessaria omogeneità della posizione giuridica ed economica tra i creditori inseriti all’interno della medesima categoria, come disposto dall’art. 182 septies, comma 2, l.fall.

Peraltro, nel caso di specie risulta che il credito vantato da uno dei creditori non aderenti sia superiore al venticinque per cento, non potendosi, così, ritenere integrato il requisito previsto dall’art. 182 septies, comma 2, l.fall., dal momento che non sarebbe sussistente – ai fini della propagazione dell’efficacia dell’accordo ai non aderenti – la circostanza per cui i crediti delle banche e degli intermediari finanziari aderenti rappresentino il settantacinque per cento dei crediti della categoria.

Entrando nel merito della fattispecie, il Tribunale si è occupato preliminarmente della questione relativa alla possibilità che lo stesso possa riqualificare la categoria predisposta in sede di accordo mediante una suddivisione ope iudicis in due categorie connotate dall’incontro di interessi giuridici ed economici omogenei. Sul punto, il Tribunale – nel rilevare che è lo stesso art. 182 septies, comma 2, l.fall. a disporre che la categoria e/o le categorie siano individuate direttamente nell’accordo – sembrerebbe escludere tale possibilità proprio per via del tenore letterale della norma in esame.

Riconoscendo, però, all’istituto in esame una natura prettamente privatistica – sebbene la giurisprudenza maggioritaria, a differenza della dottrina, sembri propensa a qualificarlo quale strumento concorsuale – il Tribunale avanza la possibilità di applicare all’accordo de quo il cd. principio di conservazione del contratto, così da aprire uno spiraglio all’intervento del Giudice, il quale, in presenza di una categoria di creditori non omogenea, può provvedere – in un’ottica conservativa della volontà e dell’accordo delle parti – alla suddivisione dei creditori in categorie omogenee e distinte. Tale operazione, però, dovrebbe eventualmente essere svolta con particolare cautela.

L’altra, ancor più complessa, questione affrontata dal Tribunale di Prato attiene alla sterilizzazione del computo dei creditori non aderenti – ai quali si voglia estendere l’efficacia dell’accordo ai sensi dell’art. 182 septies l.fall. – dal calcolo per la verifica circa il raggiungimento della percentuale del settantacinque per cento richiesta dalla norma. Il Tribunale, invero, evidenzia come negli accordi di ristrutturazione, a differenza del concordato preventivo e del concordato fallimentare, non vi sia una apposita norma volta alla regolazione del conflitto di interessi, categoria, quest’ultima, strettamente connessa al principio maggioritario.

Preliminarmente, il Giudice ritiene necessario soffermarsi sulla netta distinzione tra la categoria del conflitto di interessi e quella del contrasto di interessi. Invero, la prima “determina una possibile patologia ai fini della decisione o del voto su una proposta concordataria o sull’adesione ad un accordo secondo il principio maggioritario che viene neutralizzata mediante la mancata considerazione sia ai fini della percentuale totale dei crediti rilevanti all’interno della classe o della categoria, sia ai fini della manifestazione del voto o dell’adesione”; mentre la seconda “determina una vicenda fisiologica che può condurre la parte a raggiungere un accordo o ad aderire alla proposta del debitore o a ritenere quest’ultima (o l’accordo proposto) non conveniente al punto da esprimere un voto contrario (sulla proposta concordataria) o da non aderire ad un accordo di ristrutturazione”.

Nel ribadire, poi, l’importanza del principio di buona fede – il quale potrebbe rilevare sia quale obbligo di lealtà nella fase delle trattative dell’accordo, sia quale buona fede esecutiva in relazione alla fase patologica del rapporto che vede la banca o l’intermediario finanziario aver eseguito la prestazione senza aver ricevuto quella del debitore – il Tribunale afferma in conclusione che “la valutazione circa l’adesione all’accordo proposto dal debitore e la possibile sterilizzazione del creditore non aderente al quale si vuole estendere il trattamento della categoria di creditori non possono ampliarsi al punto di andare a sindacare una valutazione di non convenienza da parte del creditore, al di là dei limiti percentuali codificati nell’art. 182 septies, comma 2, l.fall., in mancanza di elementi fattuali che portino a ritenere che il creditore abbia tenuto un comportamento contrario a buona fede; la valutazione di convenienza in ordine alle alternative concretamente praticabili è, infatti, prevista nell’art. 182 septies, comma 4, l.fall. per l’estensione degli effetti dell’accordo al creditore non aderente, ma non per superare il limite del settantacinque per cento dei crediti di cui siano titolari i creditori aderenti all’accordo al fine di ottenere l’estensione degli effetti di quest’ultimo anche ai non aderenti”.

Linda Frisoni Bianchi – l.frisoni@lascalaw.com

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