Spese di lite, nuovi limiti alla compensazione

Spese di lite, nuovi limiti alla compensazione

Lo scorso 27 agosto, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione si è espressa in merito alla possibilità o meno per il Giudice di compensare le spese di lite, oltre che nel caso delle fattispecie tipiche indicate nel secondo comma dell’art. 92 c.p.c., anche nel caso di gravi ed eccezionali ragioni.

Tale tema ha fatto molto discutere negli ultimi anni, in seguito alle diverse riforme che, dal 2005 e fino al 2014, hanno toccato un tema per lungo tempo rimasto immutato. L’ultima modifica dell’art. 92 c.p.c. è, infatti, quella apportata dal D.L. 132/14 conv. in L. 162/14, che ha previsto al secondo comma, le fattispecie in presenza delle quali il Giudice può compensare – parzialmente o per intero – le spese di lite tra le parti, è cioè, “in caso di soccombenza reciproca o in caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza”.

La Corte Costituzionale, però, con la sentenza n. 77/2018, ha dichiarato incostituzionale l’ultima formulazione del comma 2 dell’art. 92 c.p.c. nella parte in cui non prevede che il Giudice, in caso di soccombenza totale, possa compensare le spese tra le parti – parzialmente o per intero – anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni. La Corte, infatti, ha ritenuto che, con comportamento illegittimo, il Legislatore non avesse considerato le predette ipotesi e ha ritenuto di specificare che le fattispecie riportate nella norma, abbiano una funzione meramente parametrica, cioè esplicativa, ma che non siano esaustive.

Nell’ordinanza in commento, la Cassazione ha fatto, dunque, ricorso alla citata pronuncia della Corte Costituzionale e ha ritenuto che, nel caso trattato, il Tribunale abbia legittimamente compensato le spese di lite pur in presenza di una soccombenza totale, in quanto ha correttamente spiegato i motivi per i quali ritiene sussistere le gravi ed eccezionali ragioni che hanno determinato la compensazione delle spese.

Nella vicenda esaminata, la Suprema Corte ha considerato ben argomentata e motivata la tesi sostenuta dal Tribunale di Roma, per il quale, l’argomento trattato nel giudizio – richiesta di risarcimento nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per i danni subiti a causa della presenza di elevati livelli di arsenico nell’acqua potabile – faceva parte di un ampio “filone” giurisprudenziale caratterizzato dalla ripetuta proposizione di identiche cause, tutte di valore economico poco più che irrisorio, in relazione alle quali, presso lo stesso Tribunale, si era all’epoca già consolidato un fermo indirizzo nel senso del riconoscimento dell’infondatezza delle pretese azionate.

Inoltre, secondo il Tribunale, il ritardo con cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha proposto appello – a causa del quale, è stato rigettato il suo gravame – era giustificato dalla presenza di una pluralità di ricorsi seriali che hanno ingenerato l’equivoco sulla data di pubblicazione della sentenza, tanto da rendere scusabile il comportamento dell’Avvocatura dello Stato.

Tali circostanze, dunque, sono idonee ad integrare le gravi ed eccezionali ragioni analoghe a quelle espressamente indicate dall’art. 92, secondo comma, c.p.c., tali da giustificare la compensazione delle spese di lite.

Cass., Sez. VI – 3 Civ., 27 agosto 2019, ordinanza n. 21746

Valeria Misticoni – v.misticoni@lascalaw.com

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