Controparte perdente rimborsa consulenza vincente

Spese di CTU: quando il silenzio del Giudice non è mai d’oro

La Suprema Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha constatato il vizio di una sentenza che nulla disponeva sulla sorte delle spese della consulenza tecnica d’ufficio, resa in primo grado di giudizio.

La vicenda in questione aveva visto una società cooperativa, il cui oggetto sociale era la costruzione di immobili da destinarsi ai soci, convenire in giudizio un ex socio al quale era stato assegnato provvisoriamente un alloggio.

Il convenuto, infatti, successivamente alla radiazione dalla cooperativa per morosità, aveva continuato ad occupare l’immobile illegittimamente.

Da ciò la richiesta di parte attrice di condanna del convenuto al rilascio dell’immobile, nonché di pagamento di quanto ancora dovuto alla cooperativa e al risarcimento dei danni patiti a causa della illegittima occupazione.

Il convenuto, in tal sede, si era difeso eccependo l’illegittimità ed inefficacia del provvedimento di radiazione, oltre la mancata prova del danno patito.

In primo grado le richieste attoree erano state respinte, in quanto, secondo il Giudice di prime cure, il fascicolo di parte (ritirato al momento della precisazione delle conclusioni) non era stato depositato entro i termini.

Pertanto, la sentenza veniva appellata dalla società ed il secondo grado si concludeva a favore della stessa: la decisione affermava il tempestivo deposito del fascicolo e la definitivà del provvedimento di radiazione dell’ormai ex socio, non essendo stato impugnato nei termini.

Inoltre, all’esito del secondo grado, veniva chiarito come la perdita della qualità di socio del convenuto facesse venir meno il titolo che legittimava l’occupazione dell’immobile e tuttavia respinta la domanda di risarcimento del danno non essendone stata fornita la prova.

La sentenza così veniva impugnata in cassazione dall’ex socio, mentre la cooperativa proponeva appello incidentale.

Di particolare interesse è uno dei motivi del ricorso incidentale avanzato dalla società cooperativa, con cui si contesta la mancata liquidazione nella sentenza di appello delle spese dovute al ctu. In primo grado le spese erano state poste provvisoriamente a carico delle parti in solido ed in secondo grado la sentenza, pur condannando parte convenuta al pagamento delle spese di lite, non aveva disposto nulla circa le spese della consulenza tecnica.

La sentenza di appello, invero, erroneamente, nulla aveva statuito sulle spese di consulenza, contravvenendo a quanto previsto dall’art. 366 c.p.c., secondo cui la riforma o la cassazione parziale ha effetto anche sulle parti della sentenza dipendenti dalla parte riformata o cassata.

A tale omissione non è possibile sopperire in via interpretativa, in quanto, in tal via, non è possibile addivenire né alla conferma della statuizione di primo grado, né all’implicita condanna ai soccombenti, né tantomeno alla condanna di parte vittoriosa.

Alla luce di ciò, la Corte ribadisce come si tratti di una sentenza viziata da omessa pronuncia, in quanto la liquidazione delle spese del ctu, che va predisposta con decreto motivato, deve essere esplicita o quanto meno inequivoca, e pertanto non può desumersi alcuna decisione implicita.

Cass., Sez. III, Ord., 5 giugno 2020, n. 10804

Gianluca Pappacena – g.pappacena@lascalaw.com

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