Comunione legale, finché pignoramento non ci separi

Sospensione della sentenza: l’appello non basta!

La Corte d’Appello di Napoli, nell’ambito di un giudizio di appello promosso da un consumatore, si è pronunciata su un tema di grande importanza per il contezioso bancario: la sospensione della sentenza di primo grado.

L’interpretazione dell’art. 283 c.p.c. non è univoca, motivo per cui la sospensione della sentenza, nell’onda di una giurisprudenza che non tarda a mutare opinioni (talvolta, anche in modo radicale), potrebbe sfuggire di mano e dare seguito ad interpretazioni estensive che cagionerebbero danno agli istituti di credito.

Tale rischio è ancor più concreto nel contenzioso bancario, settore del diritto in cui la mutevolezza delle tesi giurisprudenziali è particolarmente intensa, con l’effetto che il rischio di un allargamento dei casi di sospensione è sempre attuale.

L’ordinanza in commento fa ordine e fissa in modo chiaro i requisiti processuali (indispensabili) che devono sussistere ai fini dell’inibitoria.

Il Collegio, in primo luogo, ricorda che la sospensione della sentenza non può poggiare in via esclusiva sulla presunta fondatezza dei motivi di appello: “i gravi e fondati motivi, che possono dar luogo alla sospensione ex art. 283 c.p.c., non possono identificarsi nelle ragioni addotte a fondamento del gravame, non essendo consentito, in questa sede, lato sensu cautelare, fare luogo ad un’anticipata valutazione delle contrapposte ragioni prospettate dalle parti in ordine ai temi della controversia”.

L’appellante, infatti, deve motivare l’istanza di sospensione portando all’attenzione della Corte un pregiudizio concreto che conseguirebbe all’esecuzione della sentenza: “il Giudice di Appello deve piuttosto procedere ad una valutazione globale di opportunità, sulla scorta di una delibazione sommaria della consistente fondatezza dell’impugnazione e del consistente pregiudizio patrimoniale che il soccombente può subire dall’esecuzione della sentenza. Pregiudizio che può consistere anche nella mera difficoltà di ottenere, eventualmente, la restituzione di quanto pagato per la possibile insolvenza della controparte”.

Il pregiudizio, in dettaglio, deve fondarsi su un pericolo ulteriore alla mera esecuzione della sentenza, concretizzandosi in un rischio grave e oggettivo per la sfera giuridica dell’appellante: “le gravi ragioni non possono nemmeno consistere negli effetti naturalmente connessi all’esecuzione della decisione impugnata, occorrendo piuttosto l’esistenza di ulteriori conseguenze, tali da ledere, in modo oggettivamente grave, gli interessi della parte soccombente in primo grado”.

Sulla scorta di tali principi, la Corte ha rigettato l’inibitoria poiché il consumatore non aveva allegato il grave pregiudizio che gli sarebbe derivato dall’esecuzione della sentenza: “Considerato che il pericolo è dedotto in via del tutto generica in quanto non è né allegato né documentato il “grave pregiudizio” che deriverebbe all’istante”.

Corte d’App. Napoli, Ord., 5 gennaio 2021

Carlo Giambalvo Zilli – c.zilli@lascalaw.com

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