Ipoteca: tutto è immobile finché l’immobile rimane…immobile

Solutoria o ripristinatoria, rimessa indifferente per la revocatoria!

I presupposti dell’azione revocatoria delle rimesse bancarie vanno individuati nella consistenza e durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria del fallito, mentre risulta irrilevante la tradizionale distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie della provvista.

Sul punto, è opportuno richiamare la recente pronuncia della Corte di Cassazione (n. 277/2019) che, sulla base di argomenti letterali e di esegesi storica, ha concluso che, ai fini della revocabilità, è irrilevante che la rimessa posta in essere dal correntista fallito sia da qualificare ripristinatoria o solutoria – e cioè che afferisca a conto passivo o a conto scoperto – giacché quel che rileva è unicamente la consistenza e la durevolezza degli effetti estintivi dell’esposizione debitoria.

In particolare, è stato evidenziato che l’espressione “esposizione debitoria“, di cui alla lett. b) dell’art. 67, comma III L.F, designa una situazione ben diversa, più ampia, di quella riconducibile al debito liquido ed esigibile, risultando compatibile sia col conto scoperto che col conto semplicemente passivo, così come – sempre sul piano letterale – l’utilizzo del termine “rimesse” riconduce ad una nozione neutra dei versamenti, come quella frutto dell’elaborazione giurisprudenziale degli ultimi anni, comprensiva sia dei veri e propri atti solutori, sia di quelli ripristinatori della provvista.

Ancora, appare condivisibile l’affermazione secondo cui il legislatore del 2005, “prevedendo che l’esenzione dalla revocatoria non operi allorquando la rimessa riduca durevolmente (oltre che in maniera consistente) l’esposizione debitoria del correntista, l’art. 67, comma 3, lett. b), sposta il fuoco della disciplina dal dato formale dell’essere il versamento affluito o meno su di un conto affidato (e dall’essere il versamento stesso eseguito o meno in presenza di uno sconfinamento del correntista) a quello, sostanziale, da verificare in concreto, del prodursi, o del non prodursi, di una neutralizzazione degli effetti della rimessa in ragione di successive operazioni da conteggiarsi a debito dello stesso cliente (quali, ad esempio, i prelievi, i bonifici in favore di terzi, l’incasso, da parte di questi ultimi, di assegni tratti dal correntista in loro favore)”.

Nella disciplina attuale, dunque, risultando irrilevante la distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie della provvista, i requisiti richiesti per la revocatoria delle rimesse bancarie sono unicamente:

1) il requisito temporale, dell’essere la rimessa intervenuta nel semestre anteriore al fallimento;

2) il requisito oggettivo della consistenza e durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria prodotta dalle rimesse, con l’ulteriore limite – dettato dall’art. 70 L.F. – del massimo scoperto;

3) il requisito soggettivo della scientia decotionis.

Tribunale di Perugia, 03 settembre 2019, n. 1260

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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