Crisi e procedure concorsuali

Soggetto a revocatoria fallimentare il pagamento del compenso professionale dell’avvocato

Cass., 21 dicembre 2012, Sez. I, n. 23710

Massima: “Il pagamento del compenso professionale dell’avvocato effettuato da una società in bonis nel periodo sospetto è soggetto a revocatoria fallimentare. Anche in presenza di un credito privilegiato, infatti, sussiste l’interesse ad agire se si verifica una lesione alla par condicio creditorum per insufficienza dell’attivo a soddisfare tutti i crediti privilegiati. Infatti l’allegazione di una lesione alla par condicio creditorum per insufficienza dell’attivo è sicuramente idonea a integrare il requisito ex articolo 100 del Cpc alla luce della concezione distributiva ed antindennitaria dell’azione revocatoria secondo cui l’evento di danno è in re ipsa e consiste nella lesione della par condicio creditorum, ricollegabile, per presunzione legale ed assoluta, all’uscita del bene dalla massa, a nulla rilevando che il pagamento, da parte dell’imprenditore fallito, abbia soddisfatto un creditore privilegiato. Né può essere seguita la tesi dell’irrevocabilità del pagamento del compenso professionale seguendo la disciplina del monopolista dal momento che, ha chiarito la Suprema corte, sul tema la Cassazione ha recentemente mutato indirizzo stabilendo che ‘anche il pagamento del debito da lui ricevuto nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento del somministrato o dell’utente, nel concorso con il presupposto soggettivo della scientia decoctionis, resta soggetto a revoca ex art. 67, secondo comma, legge fallimentare’”. (leggi la sentenza per esteso)

Nel caso in esame, un curatore fallimentare ha citato in giudizio un avvocato e lo studio professionale di quest’ultimo per ottenere la revoca, ai sensi dell’art. 67, comma II, l.f., del pagamento di una somma corrisposta, a titolo di compenso professionale, dalla società in bonis nel periodo sospetto.

Nell’esaminare la sussistenza dei requisiti necessari per la revoca del pagamento,  la Suprema Corte ha affrontato due questioni.

La prima riguardante l’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. della curatela e la seconda relativa all’equiparazione dell’avvocato al monopolista obbligato ad eseguire la prestazione anche in favore dell’imprenditore insolvente ex art. 2597 c.c..

Sul primo punto (i.e.: l’interesse ad agire) i Giudici di legittimità hanno chiarito che tale requisito sussiste nel momento in cui il ricorso all’autorità giudiziaria si presenti come indispensabile per porre rimedio alla lesione del diritto vantato.

Di conseguenza, nella fattispecie, il requisito di cui all’art. 100 c.p.c. in capo alla curatela è stato ritenuto integrato dalla lesione alla par condicio creditorum per insufficienza dell’attivo a soddisfare i crediti privilegiati ammessi allo stato passivo a causa dell’uscita del bene dalla massa.

Con riferimento invece alla seconda questione, la Suprema Corte ha stabilito che non è possibile equiparare, sotto il profilo dell’esenzione da revocatoria, l’avvocato al monopolista obbligato ad eseguire la prestazione anche in favore dell’imprenditore insolvente.

Infatti, il nucleo centrale della tesi dell’irrevocabilità del pagamento del compenso professionale si fondava su una giurisprudenza della Corte di legittimità, in seguito superata, che decretava l’esonero da revoca del pagamento di un credito liquido ed esigibile ricevuto dal monopolista nel periodo sospetto, senza la previa possibilità di sospendere o rifiutare la propria prestazione, pur nella consapevolezza dell’altrui insolvenza (Cass. Civ., SS. UU., 11 novembre 1998 n. 11.350).

Venuto meno tale orientamento – dal momento che la Corte di Cassazione ha successivamente enunciato la possibilità per l’imprenditore monopolista di poter opporre all’impresa insolvente le eccezioni dilatorie e sospensive di cui agli artt. 1460 e 1461 c.c. in quanto compatibili con l’obbligo di contrattare nell’osservanza della parità di trattamento – la giurisprudenza si è quindi assestata sulla revocabilità del pagamento del debito ricevuto dal professionista nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento da parte della società poi fallita.

In ossequio a tale nuovo indirizzo giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ha altresì affermato l’assoggettabilità alla revocatoria fallimentare dell’acconto o dell’anticipazione delle spese, nel contratto d’opera professionale, secondo gli usi previsti dall’art. 2234 c.c. (Cass. Civ. Sez. I, 10 novembre 2006 n. 24.046).

La Suprema Corte ha altresì trovato una conferma indiretta “a contrario” del suddetto indirizzo nella recente riforma fallimentare – che non è stato possibile applicare al caso sottoposto al vaglio della Corte atteso che la procedura concorsuale si era aperta in epoca anteriore – nella parte in cui sottrae all’azione revocatoria i pagamenti di prestazioni di servizi (sole se) strumentali all’accesso alla procedura concorsuale di concordato preventivo (art. 67, comma II, lett. g), l.f.).

(Francesca Fumagalli – f.fumagalli@lascalaw.com)

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