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Il socio moroso non è sempre da escludersi

La Suprema Corte si è occupata della possibilità di escludere dalla società un socio moroso nel versamento dei conferimenti dovuti a seguito della sottoscrizione di un aumento di capitale.

Nel caso affrontato, un socio di una società a responsabilità limitata era stato escluso dalla società, ex art. 2466 c.c., poiché non aveva eseguito i conferimenti relativi ad un aumento di capitale nel termine prescritto dagli amministratori e nemmeno nei trenta giorni successivi. Il socio impugnava l’esclusione davanti al Tribunale di Reggio Emilia, lamentando che l’art. 2466 c.c., il quale prevede appunto la possibilità di escludere dalla società il socio moroso, fosse applicabile solamente ai conferimenti da eseguirsi in fase di costituzione e che il mancato versamento dei conferimenti in sede di aumento di capitale non potesse comportare tout court l’esclusione del socio. Sia il Tribunale, in primo grado, sia la Corte d’Appello di Bologna, in seconda istanza, dichiaravano legittima l’esclusione del socio moroso.

In merito andrà senz’altro ricordato che l’articolo 2466 c.c. prevede che, se il socio è moroso nel versamento dei conferimenti, gli amministratori, decorsi inutilmente 30 giorni dalla diffida ad effettuare il versamento di quanto dovuto, possono: (i) promuovere un’azione per ottenere l’esecuzione forzosa del conferimento; (ii) vendere, a rischio e pericolo del socio moroso, la sua quota agli altri soci in proporzione alla loro partecipazione; (iii) in mancanza di offerte da parte dei soci e se l’atto costitutivo lo consente, procedere con la vendita all’asta. La norma prevede, infine, che, se la vendita non può aver luogo per mancanza di compratori, gli amministratori escludono il socio, trattenendo le somme riscosse. A seguito di tale esclusione, il capitale deve essere poi ridotto in misura corrispondente.

La Suprema Corte, investita della questione con ricorso del socio, ha, in prima battuta, evidenziato che la principale tesi difensiva del socio moroso era infondata. La Corte ha, infatti, ritenuto che “l’art. 2466 c.c. trovi applicazione anche qualora il debito in capo al socio, rimasto insoddisfatto, derivi dalla sottoscrizione della quota di capitale in aumento a lui spettante, trattandosi di disposizione che (al pari dell’art. 2477 c.c. anteriore alla D.Lgs. n. 6 del 2003), mira a preservare l’effettività del capitale sociale”.

La Corte ha tuttavia autorevolmente osservato che, in caso di aumento di capitale, il meccanismo di esclusione di cui all’art. 2466 c.c. “non può tuttavia essere esteso al caso in cui il socio, in virtù di una precedente sottoscrizione attuata in fase di costituzione o anche di un pregresso aumento del capitale, fosse già tale, e senza debiti di conferimento, prima dell’aumento che abbia condotto alla morosità in tal modo sanzionata”.

Dunque, a parere della Corte, il socio moroso a seguito di aumento di capitale non potrà essere escluso dalla società. Il socio moroso, in tali circostanze, perderà semplicemente il diritto di partecipare all’aumento di capitale al quale aveva inizialmente dichiarato di aderire, così perdendo quanto già versato in sede di sottoscrizione dell’aumento ma mantenendo le quote già interamente liberate precedentemente, in sede di costituzione o in occasione di un altro precedente aumento di capitale interamente liberato.

La Suprema Corte, cassando con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Bologna, ha così enunciato il seguente principio di diritto: “Nel caso di mora del socio nell’esecuzione dei versamenti, dovuti alla società a titolo di conferimento per il debito da sottoscrizione dell’aumento del capitale sociale deliberato dall’assemblea nel corso della vita della società, il socio non può essere escluso, essendo egli titolare della partecipazione sociale sin dalla costituzione della società; pertanto, ferma la permanenza del socio in società per la quota già posseduta, l’assemblea deve deliberare la riduzione del capitale sociale solo per la misura corrispondente al debito di sottoscrizione derivante dall’aumento non onorato, fatto salvo solo il caso in cui lo statuto preveda l’indivisibilità della quota”.

Cass., Sez. I, 21 gennaio 2020, n. 1185

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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