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Società fittiziamente trasferita all’estero: il giudice italiano può dichiararne il fallimento

In materia fallimentare, sussiste la giurisdizione del giudice italiano laddove la società, in conclamato stato di insolvenza, abbia solo formalmente trasferito all’estero la propria sede legale.

In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14984/17 la quale, peraltro, conferma l’orientamento che i giudici di Piazza Cavour avevano recentemente  e chiaramente espresso nella sentenza delle Sezioni Unite del 23 marzo scorso, n. 7470.

Nella sostanza è stata affrontata la vexata questio relativa alla competenza territoriale del giudice italiano a dichiarare il fallimento di una società di capitali la cui sede venga fittiziamente trasferita all’estero; così facendo è stato lanciato un messaggio importante a quegli imprenditori italiani che pensano di ricorrere a tale escamotage per sottrarre la società ad una dichiarazione di fallimento in Italia.

In particolare, la Corte ha posto nuovamente l’attenzione su quelli che dovrebbero essere gli indici probatori che consentono di superare la presunzione di coincidenza tra sede legale e “sede principale” (quale centro effettivo degli affari della società), sancita dall’art. 3 Reg. 1346/2000. In particolare, un indicatore sintomatico della non corrispondenza della sede principale a quella legale, può essere rinvenuto nella circostanza che il trasferimento della sede legale all’estero, avvenuto dopo il manifestarsi della crisi di impresa, non sia sostenuto dalla prosecuzione della medesima attività d’impresa svolta in Italia, dovuta all’inesistenza di una qualsiasi attività o allo svolgimento di un’attività, fittizia o reale, diversa e non riconducibile a quella preesistente in Italia; o, ancora, quando non vi sia nemmeno lo spostamento, presso la nuova sede estera, del centro dell’attività direttiva, amministrativa e organizzativa dell’impresa.

L’individuazione della giurisdizione si fonda, come detto, sull’esame e l’interpretazione dell’art. 3 del Regolamento CE n. 1346 del 2000 concernente specificamente le procedure d’insolvenza transfrontaliere, che recita: “sono competenti ad aprire la procedura d’insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore. Per le società e le persone giuridiche si presume che il centro degli interessi principali sia, fino a prova contraria, il luogo in cui si trova la sede statutaria”.

Sono, di conseguenza, i giudici dello Stato membro nel cui territorio si trova la nuova sede sociale che, in teoria, diventano competenti ad aprire una procedura di insolvenza, a meno che la presunzione sancita dall’art. 3, n. 1, del regolamento non sia superata dalla prova che il centro degli interessi principali non abbia seguito il cambiamento di sede statutaria.

Gli elementi indiziari per verificare se vi sia effettivamente una discrepanza tra il centro degli interessi principali ed il luogo in cui si trova la sede statutaria devono essere obiettivi e verificabili da parte di terzi come, ad esempio, il caso in cui la società non svolga alcuna attività sul territorio sello Stato membro in cui è ubicata formalmente la sede.

A fianco di quelli esposti sopra, ve ne sono altri, come l’iscrizione nel registro delle imprese estero, l’irreperibilità della società presso la (vecchia) sede sociale italiana al momento della notifica del ricorso, o la nomina degli amministratori, che vanno tenuti in considerazione nell’ambito di una valutazione complessiva da parte del giudice.

Tuttavia, la cancellazione della società dal registro delle imprese italiane, l’iscrizione al registro delle imprese estero e la reperibilità della società presso la nuova domiciliazione, possono rivelarsi elementi meramente formali, finalizzati a fornire una rappresentazione della realtà dell’impresa non coerente con la natura effettiva della stessa. Per questo la valutazione del giudice deve essere globale, e focalizzarsi soprattutto su dati fattuali, come la continuità dell’attività d’impresa svolta all’estero, sia rispetto alla qualità che all’oggetto, con quella preesistente.

Cass., Sez. I Civile,16 giugno 2017, n. 14984 (leggi la sentenza)

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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