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Azione di responsabilità contro amministratori di società di persone: si applica la sospensione della prescrizione?

A norma dell’art. 2941, n. 7 c.c. la “prescrizione rimane sospesa tra le persone giuridiche e i loro amministratori, finché sono in carica, per le azioni di responsabilità contro di essi”.

Da un’interpretazione letterale della norma emergerebbe, quindi, come il legislatore abbia voluto circoscrivere l’operatività della disposizione alle sole “persone giuridiche”, rimanendo pertanto esclusi dalla fattispecie gli enti sprovvisti di personalità giuridica, quali, ad es., le società di persone.

Occorre, tuttavia, domandarsi se – sulla base della ratio legis – tale riferimento possa ricomprendere anche le società di persone e se, conseguentemente, l’azione rimanga prescritta durante il mandato degli amministratori di queste.

A tal riguardo occorre richiamare due pronunce con cui la Corte Costituzionale è intervenuta sul punto, la sentenza n. 322 del 24 luglio 1998 e la successiva sentenza n. 262 del 11 dicembre 2015: con esse la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2941, n. 7 nella parte in cui questo non prevede la sospensione della prescrizione per le azioni di responsabilità contro gli amministratori nel caso di s.a.s. e di s.n.c..

Infatti, la Corte ha ritenuto la norma lesiva sia del principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost., che richiede uniformità di trattamento di situazioni omogenee, sia del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., sotto il profilo della possibilità di una adeguata tutela delle società di persone a fronte delle irregolarità dei loro amministratori.

Le sentenze si collocano in quel filone giurisprudenziale teso a disancorare le differenze tra i diversi tipi di società legate alla presenza o meno di personalità giuridica (ex multis Corte d’Appello di Bologna, 9 novembre 1979, secondo cui “elevare la personalità giuridica quale criterio distintivo ai fini dell’applicabilità della disciplina della prescrizione è del tutto irragionevole”).

Questi, in sintesi, i motivi principali per cui la Corte ha dichiarato il contrasto con il dettato costituzionale:

(i) le cause di sospensione della prescrizione consistono in talune circostanze, specificate dal legislatore, che ostacolano o rendono difficile l’esercizio del diritto e giustificano, pertanto, l’inerzia del titolare, e possono dipendere, come nel caso in esame, dalla particolare relazione giuridica esistente tra il titolare del diritto (le società) e il soggetto passivo (gli amministratori). Occorre considerare che il rapporto fiduciario che lega gli amministratori alla maggioranza assembleare di cui sono espressione è ancora più incisivo per le società di persone, ove il vincolo personale sarebbe più intenso e i condizionamenti più agevoli e frequenti. La Corte, infatti, ha affermato che una società di persone composta da soci che non partecipano tutti all’amministrazione non è meno bisognosa di tutela di una società di capitali “in cui l’organizzazione corporativa e il sistema di contrappesi e di controlli apprestano una protezione più incisiva contro gli abusi degli amministratori” (Corte Cost. n. 262/2015);

(ii) durante la loro permanenza in carica, gli amministratori possono, abusando dei poteri loro conferiti, occultare i fatti da cui scaturisce la loro responsabilità, posto che proprio gli stessi sono responsabili dell’informativa ai soci. Ciò vale tanto più per le società di persone, in cui i diritti di informazione, ispezione e controllo da parte dei soci non amministratori sono ampiamente derogabili e gli adempimenti contabili meno stringenti;

(iii) quanto, infine, alla legittimazione attiva all’esercizio dell’azione, occorre considerare che le società di persone, pur non essendo munite di personalità giuridica, ma soltanto autonomia patrimoniale imperfetta, costituiscono un autonomo soggetto di diritto che può essere centro di interessi e di imputazione di situazioni sostanziali e processuali.

Pertanto, mentre – da un lato – il mancato riconoscimento del diritto di agire in capo alla società, soggetto direttamente danneggiato, contrasterebbe con il principio di cui all’art. 24, comma 1, Cost., in quanto il titolare del diritto non avrebbe la facoltà di agire in giudizio per la sua tutela – dall’altro lato – non può disconoscersi la legittimazione di ciascun socio a far valere la responsabilità nei confronti degli amministratori, indipendentemente da ogni decisione della maggioranza, purché agisca a nome proprio ma nell’interesse sostanziale della società, uti socius. E, del resto, emerge dallo stesso sistema legislativo come in tutti i tipi di società e associazioni detta azione è sottratta alla competenza dell’organo amministrativo per essere invece devoluta al portatore ultimo degli interessi sociali, vale a dire la collettività dei soci e associati.

L’intervento della Corte Costituzionale è stato definito «provvidenziale al fine di censurare la palese incongruenza tra i due regimi» delle società di capitali e di persone (D. S. Lorusso, F. Epifani, “S.n.c.: prescrizione delle azioni di responsabilità”, in Ventiquattrore Avvocato, Il Sole 24 Ore, n. 11, novembre 2016). Difatti la disparità di trattamento che la norma denunciata comporterebbe tra i diversi tipi di società risulterebbe irragionevole “in quanto non ancorabile a una sostanziale diversità di tutela apprestata dalla legge” (Corte Cost. n. 322/1998).

Orsolina Fortinio.fortini@lascalaw.com

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