Concordato e accordo con i creditori: gemelli diversi

Simul stabunt simul cadent: recenti pronunce

Gli effetti della clausola statutaria simul stabunt simul cadent sono stati chiariti da tempo dal Comitato Trivenento dei notai (massima H.C.9) secondo cui:

Nelle società il cui statuto preveda che a seguito della cessazione di uno o più amministratori cessi l’intero consiglio, la rinuncia di uno o più amministratori nei modi che rendano applicabile detta clausola provoca la cessazione dei singoli amministratori nei seguenti termini di efficacia:

  1. a) in mancanza di una ulteriore disposizione statutaria che renda applicabile il comma 5 dell’art. 2386 c.c.:
    1. – gli amministratori non rinuncianti rimangono in carica fino a quando il consiglio non si è ricostituito;
    2. – gli amministratori rinuncianti cessano immediatamente sino a quando rimanga in carica la maggioranza del consiglio di amministrazione; le cessazioni per rinuncia successive sono efficaci dal momento in cui il consiglio si è ricostituito.

I consiglieri rimasti in carica hanno l’obbligo di convocare l’assemblea per la nomina del nuovo organo amministrativo;

  1. b) in presenza di una espressa disposizione dello statuto che renda applicabile il comma 5 dell’art. 2386 c.c., la cessazione di tutti gli amministratori è immediatamente efficace;

l’assemblea per la nomina del nuovo organo amministrativo deve essere convocata d’urgenza dal collegio sindacale, il quale può compiere nel frattempo gli atti di ordinaria amministrazione”.

Secondo, poi, un orientamento dottrinario che si ritiene prevalente e senz’altro di condividere (PORTALE, in Vita notarile, 09, I, 58; CIAN TRABUCCHI, Commentario breve al codice civile, 12° edizione, Art. 2386,  pagg. 2804 e segg.), la clausola in questione ha efficacia differita a quando i nuovi amministratori accettano la nomina e in questa ipotesi, per effetto dell’operatività della clausola, entra in prororgatio l’intero consiglio (ad eccezione degli amministratori che dovessero essere venuti meno per ragioni diverse dall’operare della clausola) dovendosi tutelare il superiore interesse inerente alla continuità dell’organo amministrativo.

Ciò premesso, sulla questione è intervenuto il Tribunale di Milano il quale ha accertato inter alia quando e se la condotta di uno più membri del Consiglio di Amministrazione possa dirsi abusiva e lesiva del principio di buona fede, qualora – per effetto della clausola statutaria simul stabunt simul cadent – essi facciano decadere l’intero organo amministrativo, vanificando così la richiesta di revoca formulata nei loro confronti dai soci.

Più precisamente, con provvedimento del 23 aprile 2018, il Tribunale ha chiarito che, per effetto della clausola statutaria, qualora un amministratore si dimetta, sorge la necessità che il Consiglio di Amministrazione venga rinnovato del tutto, senza possibilità che alcuni soci possano chiedere una sostituzione parziale, anche solo interinale, dei dimissionari.

Tale meccanismo è legittimo e, di per sé, non abusivo anche nel caso in cui le dimissioni degli amministratori facciano seguito alla proposta di revoca di alcuni di essi avanzata, in precedenza, da una parte dei soci, espressione di una evidente manifestazione di “conflittualità tra i soci, dalla quale, in tesi, gli amministratori dimissionari ben avrebbero potuto ritenere opportuno estraniarsi”. Una tale condotta non può essere ritenuta lesiva di altrui posizioni “considerato che, in realtà, con tali dimissioni l’interesse della società alla rimozione di dati amministratori non è stato di per sé pregiudicato, gli stessi amministratori avendo comunque posto fine al loro mandato”.

Conclude il Tribunale, precisando che l’effetto prodotto dalle dimissioni di alcuni amministratori, essendo quello di sostituzione dell’intero organo amministrativo per effetto della clausola in esame, comporta che la scelta dei componenti l’organo gestorio, nell’esclusivo interesse della società, venga demandata all’Assemblea soci ai sensi di legge e di statuto.

Una seconda volta, con provvedimento del 31 gennaio 2019 (pubblicato il 5 febbraio 2019) con cui ha statuito, in sostanza, che “Qualora un amministratore di S.r.l. decaduto per via dell’operatività dell’art. 2386 c.c. agisca in giudizio per chiedere il risarcimento del danno agli altri amministratori, graverà su di esso l’onere della prova in ordine alla abusività della condotta altrui, non essendo sufficiente a tal fine dimostrare l’assenza di propri comportamenti negligenti o comunque l’assenza di situazioni integranti giusta causa di revoca.

Tribunale di Milano, 23 aprile 2018

Tribunale di Milano, 5 febbraio 2019, n. 1124

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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