Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Quando si configura una società di fatto (anche tra consanguinei)?

La società di fatto, nel rapporto tra soci, non può essere dimostrata sulla base di mere dichiarazioni – peraltro generiche – rese dai presunti soci, nè di atti di per sé insufficienti ad evidenziare tutti gli elementi costitutivi della fattispecie.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19234 del 15 settembre 2020 ha chiarito, in particolare, che: “l’esistenza di una società di fatto, nel rapporto fra i soci, postula la dimostrazione, eventualmente anche con prove orali o presunzioni, del patto sociale e dei suoi elementi costitutivi (fondo comune, esercizio in comune di attività economica, ripartizione dei guadagni e delle perdite, vincolo di collaborazione in vista di detta attività) e, pertanto, non può essere desunta dalla mera esternazione della società, che è rilevante solo nel rapporto con i terzi, a tutela del loro affidamento, nè da atti di per sé insufficienti ad evidenziare tutti i suddetti elementi costitutivi”.

Secondo la Corte, quindi, la prova dell’esistenza di una società di fatto nei rapporti tra soci, in assenza di prova scritta del patto sociale (non richiesta dalla legge per la sua validità), può essere fornita con ogni mezzo, comprese le presunzioni semplici; a tal fine, sono considerati elementi costitutivi del patto sociale la presenza di un fondo comune, l’esercizio in comune di una attività economica, la ripartizione degli utili e delle perdite e la affectio societatis ovvero la presenza di un vincolo di collaborazione in vista di detta attività nei confronti dei terzi.

Come noto, infatti, l’assenza di una prova scritta non impedisce “al giudice del merito l’accertamento ‘aliunde’, mediante ogni mezzo di prova previsto dall’ordinamento, ivi comprese le presunzioni semplici, dell’esistenza di una struttura societaria, all’esito di una rigorosa valutazione (quanto ai rapporti tra soci) del complesso delle circostanze idonee a rivelare l’esercizio in comune di una attività imprenditoriale” (Cass. n. 896 del 17 gennaio 2020; in senso conforme Cass. n. 8981 del 5 maggio 2016; Cass. n. 5961 dell’11 marzo 2010).

Ebbene, nel caso esaminato dalla Corte con la sentenza in commento, la semplice dichiarazione dell’esistenza di una società di fatto – peraltro non supportata da alcun riscontro probatorio – è stata considerata inidonea a fondare l’esistenza di un rapporto tra soci, trattandosi di “unico indizio insufficiente a costituire la prova di un fatto”.

Al contrario, in virtù dei principi di affidamento e di apparenza del diritto, l’esternazione del rapporto associativo e dunque la dichiarazione dell’esistenza del rapporto sociale assume importanza nei confronti di quei terzi che, in buona fede, abbiano ritenuto sussistere il legame associativo a causa delle condotte poste in essere dagli stessi soci di fatto e che, quindi, abbiano fatto affidamento sull’esistenza della società.

La sentenza in commento ci offre, infine, lo spunto per approfondire un altro aspetto non affrontato dalla Corte, vista la motivazione, ma che pare comunque interessante mettere in luce ovvero quando possa configurarsi una società di fatto nell’ipotesi in cui il legame associativo intercorra tra consanguinei.

In tale ipotesi, infatti, la prova deve essere ancora più rigorosa dovendo essa escludere che l’intervento del familiare possa essere motivato dalla c.d. affectio familiaris, bensì conseguente alla sola volontà di compartecipare all’attività commerciale seconda la c.d. affectio societatis (in senso conforme, Cass. n. 33230 del 16 dicembre 2019 e Cass. 15543 del 20 giugno 2013).

A tale riguardo, è interessante riportare la motivazione resa dalla Suprema Corte riguardo un’ipotesi di società di fatto tra familiari che avevano non solo finanziato la società ma anche prestato diverse garanzie in suo favore, secondo modalità tali da escludere che ciò potesse avvenire solo sulla base di una affectio familiaris: “se i finanziamenti, le fideiussioni e la prestazione di altre garanzie di per sé non sono indici di esistenza del rapporto sociale fra l’imprenditore sovvenuto e il finanziatore o garante, specie se questi sono legati da rapporto di coniugio o di parentela, tuttavia anche in questa ipotesi detti interventi possono assumere quel significato quando, per essere numerosi, continuativi e di vario tipo (fideiussioni, avalli, mutui ecc.), realizzano una sistematica opera di sostegno dell’attività di impresa, qualificabile come collaborazione del socio al raggiungimento dello scopo della società. E ovviamente un siffatto apprezzamento risulta vieppiù legittimo, ancorché si tratti di persone unite da un particolare rapporto affettivo, ove concorrano gli altri elementi caratteristici del rapporto sociale” (Cass. n. 11562 del 9 maggio 2008).

Cass., Sez. VI, 15 settembre 2020, n. 19234

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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