Diritto Processuale Civile

Sì alla CTU contabile, ma solo se non esplorativa, superflua ed irrilevante

Ordinanza Tribunale Biella, 12 luglio 2015

Il Tribunale di Biella, chiamato a decidere sulla richiesta di concessione della CTU contabile richiesta al fine di verificare l’usurarietà dei tassi applicati in contratto, con una recente ordinanza del 12 luglio 2015, uniformandosi alla giurisprudenza di legittimità e di merito già consolidata in materia, ha rigettato la richiesta istruttoria formulata da parte attrice ritenendola superflua ed irrilevante ai fini della decisione, nonché esplorativa.

La ragione, spiega il Giudice adito, risiede nel fatto che “la consulenza tecnica d’ufficio non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze, con la conseguenza che il suddetto mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume, ed è quindi legittimamente negata qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerte di prova, ovvero di compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati”.

La giurisprudenza, infatti, ha chiarito ormai da tempo che “la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, ma un mezzo di controllo dei fatti costituenti la prova, che deve essere data alle parti a sostegno delle rispettive posizioni giuridiche, di modo che la consulenza non è rimessa alla disponibilità delle parti medesime ma al potere discrezionale del giudice di merito, il quale esattamente decide di escluderla ogni qual volta si avveda che la richiesta della parte tende a supplire con la consulenza la deficienza della prova o a compiere un’indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provate” (cfr. Cass. 9 novembre 1981, n. 5914, in Giust. Civ., 1981, fasc. 11. Nello stesso senso, tra le tante, si veda anche: Cass. 12 febbraio 1982, n. 888, op. cit., 1982, fasc. 2; Cass. 26 agosto 1985 n. 4533, op. cit., 1985, fasc. 8 – 9; Cass. 15 settembre 1986 n. 5607, op. cit., 1986, fasc. 8 – 9; Cass. 17 ottobre 1988 n. 5645, op. cit., Mass., 1988, fasc. 10. In più, si veda anche Cass. Civ. 1299/2014, in Diritto & Giustizia, 2014; non ché, più che significativa  anche la giurisprudenza di merito Corte d’Appello di Bari n. 1228/2012, in Giurisprudenzabarese.it, 2013).

Ne consegue l’impossibilità per la CTU di supplire a carenze probatorie di parte, la cui funzione è quella di offrire all’attività del Giudice l’ausilio di cognizioni tecniche che questi non possiede.

Ed invero, prosegue il Giudice biellese, “Al limite costituito dal divieto di compiere indagini esplorative è consentito derogare unicamente quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto possa effettuarsi soltanto con l’ausilio di speciali cognizioni tecniche, essendo in questo caso consentito al c.t.u. anche di acquisire ogni elemento necessario a rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti, sempre che si tratti di fatti accessori e rientranti nell’ambito strettamente tecnico della consulenza, e non di fatti e situazioni che, essendo posti direttamente a fondamento della domanda o delle eccezioni delle parti, debbano necessariamente essere provati dalle stesse”.

Principio, questo, ribadito ormai da tempo anche dalla Suprema Corte, secondo la quale la CTU ha lo scopo “di aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze”; ne segue che “il suddetto mezzo di indagine non può essere disposto al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume ed è quindi legittimamente negato dal giudice qualora la parte tenda con esso a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni, o offerte di prova, ovvero a compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati” (Cass. Civ. n. 7635/2003. Nello stesso senso si veda anche. Cass., 16 marzo 1996, n. 2205, in Giust. Civ., Mass., 1996, 369, e Cass., 15 gennaio 1997, n. 342, op. cit., Mass., 1997, 63).

Il tutto, senza tralasciare che, in ogni caso, le parti non possono sottrarsi all’onere probatorio e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività di un consulente, essendo necessario che vengano dedotti i fatti specifici e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti (cfr. Cass. 1 ottobre 1999 n. 10871, in Giust. Civ. Mass. 1999, 2052; Cass. 20695/2013 in Diritto & Giustizia, 2013, 11, con nota di TARANTINO).

In definitiva, possiamo concludere che il percorso logico argomentativo del Giudice biellese rappresenta l’ulteriore conferma di un orientamento giurisprudenziale ormai granitico, nel cui solco si inserisce anche l’ordinanza in commento, secondo la quale la consulenza tecnica non costituisce un mezzo istruttorio in senso stretto e, come tale, è onere della parte allegare e provare in giudizio quanto a fondamento delle proprie deduzioni.

17 settembre 2015

Alessandra Palermo – a.palermo@lascalaw.com

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