Diritto Processuale Civile

Sì al divieto di nuovi documenti in appello, ma la Corte deve prima valutare se non siano indispensabili

Cass., 29 maggio 2013, Sez. III, n. 13432 (leggi la sentenza per esteso)

Con la sentenza in commento, la n. 13432, deposita il 29 maggio del 2013, la III sez. della Corte di Cassazione torna su un tema – quello dellinterpretazione del requisito dell’indispensabilità delle nuove prove dedotte in appello – che, prima della riforma del 2012[1], ha rappresentato un punto centrale del vivace dibattito relativo  alla preclusione processuale allora contenuta nell’art. 345 del codice di rito.

Attraverso l’interpretazione della richiamata norma codicistica, interessata, nel corso degli anni, da incisi interventi del legislatore, può infatti statuirsi  quando ammettersi in appello un mezzo di prova nuova relativo ad un fatto già allegato in primo grado.

A riguardo e per meglio comprendere il dibattito dottrinario e giurisprudenziale sotteso, deve ricordarsi come  con la novella  del 1990[2]  il  nostro legislatore torni a privilegiare una concezione del giudizio di appello  come revisio prioris instantiae,  riabbracciando dunque l’originaria impostazione, ampiamente  snaturata dalla “controriforma” del 1950[3], introdotta con il  codice del 1942.

Se in precedenza quindi, il modello  strutturale  dell’appello quale novum iudicium,   già proprio del giudizio di gravame disciplinato dal codice di rito del 1865, comportava la possibilità sia della proposizione di nuove eccezioni sia dell’ammissione di nuovi mezzi di prova – fermo  restando il divieto di proporre nuove domande –  è con la riforma legislativa del ’90 che assistiamo all’attenuazione, se non alla piena eliminazione[4],  della possibilità di introduzione di iura nova  in appello.

Nel modello di appello come novum iudicium,  dove il giudice del gravame può giungere a riesaminare l’intero merito della controversia, poiché la devoluzione di una questione trattata nel giudizio di primo grado comporta l’automatica devoluzione di tutte le altre [5], l’atto di impugnazione non determina una delimitazione  della cognizione ed i motivi di appello servono solo a individuare la parte del rapporto sostanziale sulla quale il giudice del gravame si trova automaticamente a decidere [6]. Nell’appello come revisio prioris instantiae, al contrario, l’iniziativa delle parti assume un ruolo determinante limitando l’intervento del giudicante, quando non siano dedotti vizi procedimentali, al riesame della ratio decidendi della sentenza impugnata. L’appello inteso come revisio prioris instantiae impedisce al giudice di rigettare la domanda per una ragione rilevata d’ufficio sulla quale non v’è stato contraddittorio tra le parti  ( cfr. Cass. 8501/2003).

Tornando ora al tema oggetto della sentenza in commento  occorre evidenziare come la riforma del 1990 abbia sancito la generale inammissibilità dei nuovi mezzi di prova in appello. A tale divieto la norma,  nella sua versione applicabile ratione temporis (prima delle riforme del 2009 e del 2012[7]) al caso  in commento deciso  dalla Suprema Corte, affiancava  tre eccezioni, configurando così una disciplina di compromesso.

Secondo il dettato allora in vigore risultavano infatti ammissibili: a) i nuovi mezzi di prova indispensabili alla decisione della causa secondo la valutazione del collegio; b) i nuovi mezzi di prova che la parte dimostrasse non aver potuto proporre nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile; c) il giuramento decisorio.

Circa il requisito della novità, dottrina[8] e giurisprudenza[9]  concordano nel ritenere che per stabilire se trattasi di nuove prove occorre guardare sia alla novità del mezzo dedotto sia all’oggetto della stessa nel caso in cui si tratti dello stesso mezzo di prova.

Con riferimento invece al requisito della indispensabilità, costituente una vera e propria deroga al principio generale della non frazionabilità della prova [10], deve evidenziarsi  l’acceso dibattito interpretativo volto a definirne le caratteristiche.

Se per qualche interprete sussisterebbe perfino un’ estrema difficoltà (se non impossibilità) nel poter giungere ad una definizione, dovendosi altresì intendere l’indispensabilità come mera regola ermeneutica, lasciata al prudente apprezzamento del giudicante,   molteplici e non scevre da critiche risultano le altre emergenze interpretative scaturite dal dibattito in dottrina.

In particolare si è sostenuto  che un mezzo di prova è indispensabile quando sia necessario e decisivo per la pronuncia di conferma o riforma nel giudizio di secondo grado[11] ; oppure qualora serva a dare la dimostrazione nel processo di un fatto decisivo per il giudizio che non si potrebbe fornire altrimenti, a prescindere dal fatto che la relativa richiesta fosse possibile anche in primo grado.

Per altri autori, invece, il requisito in oggetto  è tale se è diretto a provare un fatto rilevante la cui esistenza o inesistenza sia stata dichiarata nella sentenza di primo grado sulla base della regola dell’onere della prova[12]  ovvero se riferito ai fatti per i quali è eccezionalmente ammessa la deducibilità e/o se riferito a fatti ricompresi in questioni esaminate per la prima volta in appello, come accade quando la mancata assunzione della prova in primo grado è dipendente dall’avere il giudice ritenuto assorbita la domanda o la questione cui la prova si riferiva[13].

Infine, secondo un’impostazione rigorosa, un mezzo di prova è indispensabile solo quando è stato impossibile formulare l’istanza o effettuare la produzione in primo grado, dal momento che non si può pensare che le preclusioni di primo grado si possano riaprire in appello; tuttavia così argomentando si priva di significato la disposizione, perché si ammettono le nuove prove che sarebbero ammissibili anche in assenza della stessa.

Ciò sommariamente chiarito,  vale anche  la pena dare succinta menzione  del dibattito, diffuso ante 2009 e sotteso alla sentenza in commento, circa l’applicabilità di simili limiti anche alle produzioni documentali
.

Secondo un primo minoritario indirizzo le prove documentali, non necessitando di particolari modalità di acquisizione,  non sarebbero assoggettabili alla preclusione de qua  e dunque risulterebbero liberamente producibili in appello, anche senza la valutazione di indispensabilità (cfr. Cass. n. 1048/2004 e n. 13670/2000).

L’orientamento maggioritario ritiene invece che la valutazione del requisito della indispensabilità debba riguardare anche le nuove produzioni documentali, finendo, in difetto,  per eludersi i limiti e le preclusioni che tali produzioni incontrano anche nel giudizio di primo grado. A supporto di ciò si evidenzia come la riforma del 2009 – introdotta con legge n. 69 – abbia espressamente recepito simile orientamento aggiungendo al citato terzo comma dell’art. 345 c.p.c. l’inciso «e non posso essere prodotti nuovi documenti, salvo che …».

La sentenza in esame, si pone nel solco interpretativo più esteso, ribadendo come il requisito dell’indispensabilità sia applicabile anche alle prove documentali e  debba intendersi come la “ peculiare efficacia dei nuovi elementi di prova” intendendo come tali “le prove che possano esplicare una influenza causale più incisiva rispetto alle prove in genere ammissibili”. 

Trattasi – argomenta l’arresto dei giudici di legittimità –  di prove “che appaiono idonee a fornire un contributo essenziale all’accertamento della verità materiale”  dotate di un grado “di decisività e certezza tale che, di per sé sole, anche a prescindere dal loro collegamento con altri elementi di prova e con altre indagini, conducano ad un esito “necessario” della controversia” (Cass. civ. 19 aprile 2006 n. 9120; Cass. civ. 26 luglio 2012 n. 13353).

Sulla base degli enunciati principi ermeneutici, la Cassazione  – nel ribadire come la valutazione di indispensabilità della prova non sia puramente discrezionale ma debba essere esercitata secondo criteri logici[14] – ha, nel caso di specie, ritenuto che la produzione documentale introdotta per la prima volta dalla parte  in sede di gravame [15] – non facendo che integrare e rafforzare la credibilità degli elementi di prova già ritualmente acquisiti al processo di primo grado, costituisca elemento destinato a rafforzare e a confermare una circostanza di fatto che già aveva costituito oggetto di esame e di discussione in contraddittorio fra le parti.

Non trattandosi quindi di una produzione destinata ad aprire un nuovo fronte di indagine e di controversia mai prima prospettato, deve conseguirne la peculiare idoneità a fornire piena certezza in ordine alla circostanza da provare.

La Corte di merito non avrebbe dovuto esimersi, pertanto, dall’esaminare il problema dell’ammissibilità della nuova produzione sotto tutti i profili prospettati dall’art. 345 cod. proc. civ. (nel testo in vigore all’epoca).

(Francesco Bua – f.bua@lascalaw.com)



[1]    Cfr. L.  La L. 7.8.2012, n. 134

[2]          Per un commento sulla L. 353/90 si vedano :  Lasagno, sub art. 52, L. n. 353/1990, in Chiarloni (a cura di), Le riforme del processo civile, Bologna, 1992, 426; Vaccarella, Le linee generali del nuovo processo civile: a proposito dei «provvedimenti urgenti» approvati dal Senato, in DocG, 1990, 19; Olivieri, Verso la riforma del processo civile, in DocG, 1990, 45; Comoglio, Ferri, Taruffo, 802; Tarzia, Lineamenti del nuovo processo di cognizione, 2ª ed., Milano, 2002, 295; Mandrioli, Diritto processuale civile, II, 20ª ed., Torino, 2009, 473; Verde, Profili del processo civile, II, Napoli, 1996, 243; Sassani, Appello (dir. proc. civ.), in ED, Agg., III, Milano, 1999, 188; Attardi, Le nuove disposizioni sul processo civile, Padova, 1991.

[3]          Per un excursus storico si veda  Bonsignori, Il divieto di domande e di eccezioni nuove in appello, in RTDPC, 1998, 66. – Altresì si veda art. 36 l. 14 luglio 1950 n. 581.

[4]    Cfr.  Comoglio, Ferri, Taruffo, Lezioni sul processo civile, 2ª ed., Bologna, 1998, 815.

[5]          Cfr. Balena, Il sistema delle impugnazioni civili nella disciplina vigente e nell’esperienza applicativa: problemi e prospettive, in FI, 2001, V, 122.

[6]        Cfr. Proto Pisani, Note sulla struttura dell’appello civile e suoi riflessi sulla Cassazione, in FI, 1991, I, 109.

[7]          La L. 7.8.2012, n. 134, di conversione, con modificazioni, del D.L. 22.6.2012, n. 83, ha espunto dal testo della norma di cui all’art. 345 cpc la valutazione di indispensabilità dei nuovi mezzi di prova e dei nuovi documenti, ai fini della possibilità di una loro ammissione nel giudizio di appello.  Viene dunque  preclusa, almeno secondo una prima interpretazione, la possibilità di introdurre nuovi mezzi di prova, salva l’ipotesi di una remissione in termini.  Occorre tuttavia considerare che il medesimo provvedimento legislativo ha introdotto una valutazione di indispensabilità con l’art. 702 quater cpc,  che disciplina il giudizio di appello avverso le ordinanze emesse a seguito del procedimento sommario di cognizione. Sembra dunque doversi concludere che le uniche attività istruttorie che potranno svolgersi nei processi civili di appello con rito ordinario saranno l’assunzione di prove costituende e precostituite che la parte richiedente dimostri di non aver potuto assumere in primo grado per causa ad essa non imputabile Si tratterà ovviamente di prove nuove, quindi mai richieste in primo grado, non di prove richieste e non ammesse.

[8]          Cfr. Comoglio, Ferri, Taruffo, 819.

[9]          Cfr Cass. 5090/2004 e Cass. 8472/2003.

[10]        Cfr. ( Cass. 13820/2002.

[11]      Cfr. Comoglio, Ferri, Taruffo, 821; Tarzia, Lineamenti, 316; Ruffini, La prova, 284; Tedoldi, L’istruzione probatoria nell’appello civile, Padova, 2000, 188.

[12]        Cfr. Proto Pisani, La nuova disciplina, 213

[13]        Cfr. Consolo, Luiso, Sassani, 391

[14]      Cfr. Cass . 17439/2006.

[15]       La Corte di Appello di Torino   non aveva ritenuto  ammissibile la nuova produzione documentale senza tuttavia motivare sul punto la propria decisione.  Sul punto cfr  Cass, 367/2011 secondo la quale la Corte d’Appello deve motivare sull’indispensabilità delle nuove prove in appello che giustifica l’ammissione delle stesse in deroga al disposto di carattere generale della norma in commento, e non sul perché abbia ritenuto di non ammettere nuove prove non ritenute indispensabili.

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