Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Si al concordato preventivo anche post 182-bis omologato

La domanda di concordato preventivo ai sensi dell’art. 161 comma 1, l. fall. è ammissibile anche dopo che sia stato omologato l’accordo di ristrutturazione dei debiti sottoscritto dal medesimo imprenditore, in quanto il principio di alternatività delle procedure concorsuali, di cui all’art. 161 comma 6, l. fall., non trova applicazione nel caso di consecuzione delle stesse, restando preclusa al debitore – quando non abbia ottenuto l’ammissione al concordato ovvero l’omologa di un accordo – soltanto la possibilità di ripresentare nel biennio successivo una nuova domanda di concordato cd. con riserva“.

Con questo principio di diritto la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10106 del 10 aprile, ha accolto il ricorso di un’impresa dichiarata fallita dal Tribunale di Macerata, che aveva presentato una domanda di concordato preventivo dopo l’omologazione di un accordo ex art. 182-bis l. fall..

In particolare – sottolinea il giudice di legittimità – “deve essere riconosciuta la possibilità per l’imprenditore, fino alla dichiarazione di fallimento, di comporre, con tutte le modalità consentite dall’ordinamento, la crisi della propria impresa, in quanto, finalità meritevole di tutela, perché più conveniente non solo per un interesse giuridico-patrimoniale personale ma anche e soprattutto per il ceto creditorio, rispetto alla soluzione di apertura della procedura fallimentare”.

Ciò vale soprattutto allorché, come nella fattispecie, la proposta concordataria dell’impresa in crisi preveda l’intervento di un acquirente terzo, presentando, quindi, un carattere innovativo rispetto al precedente accordo di ristrutturazione.

La domanda di concordato potrebbe essere respinta soltanto laddove manifestamente abusiva, come nel caso di una domanda che presenti un piano di risanamento che non si differenzi in nulla dal precedente accordo di ristrutturazione omologato e non attuato.

La valutazione, pertanto, va fatta comparando l’interesse del debitore ad evitare il proprio fallimento e quello dei creditori istanti ad ottenere la soddisfazione dei propri crediti.

Cass., Sez. I Civ., 10 aprile 2019, n. 10106

Riccardo Cammarata – r.cammarata@lascalaw.com

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