Successioni

Sempre meno spazio per gli obblighi di forma previsti per la donazione

Tizio, alcuni anni prima di mancare, trasferisce alla sorella e ai suoi familiari, con i quali ha ormai da tempo dei solidi rapporti di consuetudine e di vita, tutte le sue proprietà immobiliari.

Ciò avviene attraverso un atto qualificato come "vendita" il cui prezzo, asseritamente quietanzato dal venditore nel rogito stesso, risulta inferiore o circa pari ad un settimo del valore complessivo del compendio immobiliare ceduto.

 

Alla morte di Tizio, con un patrimonio ereditario praticamente inesistente e accettato con beneficio d'inventario da parte dell'unica figlia, alcuni soggetti, compresa quest'ultima, iniziano un giudizio volto ad invalidare l'atto di trasferimento anzidetto che qualificano o simulato in via assoluta, o simulante una donazione nulla per l'assenza dei testimoni o, infine, suscettibile di subire una revocatoria ordinaria di cui all'art. 2901 c.c.

Mentre il giudice di prime cure si pronuncia favorevolmente all'ultima delle ricostruzioni prospettate, in sede di gravame e di successivo giudizio di legittimità anche questa configurazione viene respinta e, conseguentemente, l'atto e i suoi effetti vengono salvati.

 

Le argomentazioni a favore di questa scelta sembrano orientarsi, per una prima parte, nel senso di una critica verso le scelte delle difese dei ricorrenti per non aver sufficientemente ribadito in sede di ricorso quanto affermato in sede di appello circa la mancanza del pagamento del prezzo dichiarato in atto.

Per una seconda parte, invece, si ritiene di poter accettare la configurazione data all'atto impugnato dal giudice di appello di negotium mixtum cun donatione, figura notoriamente di difficilissimo inquadramento e che si pretende far rientrare nelle liberalità atipiche di cui all'art. 809 c.c., in quanto in essa il disponente riuscirebbe ad unire le cause onerosa e liberale attraverso il perseguimento di un interesse economico, risultante comunque dal conseguimento di un prezzo, con quello donativo, emergente dalla chiara sproporzione di quest'ultimo rispetto al valore dei beni trasferiti.

 

Conseguenza di questa lettura, allora, sarebbe la sufficienza della forma richiesta dalla legge per i beni oggetto dell'atto, senza la presenza dei testimoni richiesti dall'art. 782 c.c. per la donazione strettamente formale che non è richiesta dalle ipotesi di cui all'art. 809.

A preteso supporto di questa lettura non manca l'ormai rituale affermazione secondo cui la forma rigida delle donazione apparterrebbe a "quelle disposizioni volte a realizzare la tutela del donante" e che, non riguardando la tutela dei terzi, "non può essere estesa a quei negozi che perseguono l'intento di liberalità con schemi negoziali previsti per il raggiungimento di finalità di altro genere".

In realtà, se si voleva rimanere nei parametri dell'azione di simulazione, bastava il primo argomento utilizzato: quale che sia il prezzo dichiarato in atto, se non si dimostra che non è stato pagato, non si può asserire la natura donativa dell'atto stesso.

Introdurre, invece, la ben diversa problematica della c.d. vendita a prezzo vile non giova se non a dare una ricostruzione della volontà del legislatore secondo cui, se non si dichiara alcun prezzo, si dona e occorre la forma rigida, mentre se se ne dichiara uno anche minimo si rimane nel campo di una, quantomeno accennata, corrispettività, e non occorre più la forma donativa (Cass. Civ., Sez. II, 9/02/2011, n. 3175).

(Simone Corradin – s.corradin@lascalaw.com)

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