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Segnalazione errata in Centrale Rischi: nessun danno in assenza di prova

Non può essere accolta la richiesta di risarcimento danni, anche in caso di erronea segnalazione in Centrale Rischi, in assenza di prova del presunto pregiudizio.

Con l’ordinanza in commento la Suprema Corte conferma l’orientamento giurisprudenziale consolidatosi negli ultimi anni, secondo il quale una eventuale erronea segnalazione in Centrale Rischi non determina in re ipsa il verificarsi di un evento dannoso, che deve invece essere dimostrato.

Nel caso di specie, un istituto di credito segnalava erroneamente un’esposizione debitoria, in realtà inesistente, salvo poi correggere dopo appena due mesi l’errore. Tuttavia, sia in primo grado, sia avanti alla Corte d’Appello, tale disguido aveva comportato una condanna ad un risarcimento per oltre un milione di euro. In particolare, i giudici di merito avevano ritenuto che, a causa della predetta segnalazione, due banche avessero ridotto il credito concesso alla società segnalata, impedendole di concludere degli investimenti.

La questione è stata, quindi, sottoposta alla Corte di Cassazione, alla quale la banca ricorrente evidenziava come la Corte d’Appello avesse totalmente trascurato il fatto che la situazione economica dell’impresa segnalata, invero, avesse già iniziato la sua parabola discendente molto tempo prima rispetto alla segnalazione contestata e che, di conseguenza, nessun danno era derivato dall’errore commesso.

I giudici di legittimità, in accoglimento del relativo motivo di impugnazione, hanno osservato come, in effetti, la Corte d’Appello non avesse tenuto in debita considerazione le pregresse condizioni economiche, nonostante fosse stato documentato dall’appellante che la segnalazione in Centrale Rischi aveva riguardato una società già in crisi e che era stata questa crisi preesistente a far allontanare gli istituti di credito.

Operando in tal modo i giudici di secondo grado hanno errato: “La Corte capitolina infatti ha deciso la causa come se la FFF fosse una società florida e in attivo. Per contro, le pregresse condizioni economiche finanziarie della società, nonché il trend operativo degli anni immediatamente precedenti la segnalazione alla centrale rischi erano circostanze che dovevano necessariamente essere prese in considerazione ai fini della valutazione del nesso di causalità, poiché erano tali da poterne teoricamente escludere la sussistenza”.

Prosegue, dunque, la Suprema Corte evidenziando come – in caso di errata segnalazione – sia indispensabile fornire prova dell’asserito danno, nonché dell’esistenza del nesso di causalità.

Si legge, infatti: “Giova ricordare, a tale ultimo riguardo, che l’accertamento del danno causato dalla lesione del credito commerciale esige l’accertamento d’un duplice nesso causale:

(a) un primo nesso tra la condotta illecita (nella specie: la erronea segnalazione alla centrale rischi) e la contrazione dei finanziamenti o la perduta possibilità dell’accesso al credito;

(b) un secondo nesso tra la contrazione dei finanziamenti e il peggioramento dell’andamento economico del soggetto danneggiato.

Ovviamente l’accertamento del primo nesso (da valutare con le regole della causalità materiale, ex art. 40 c.p.) non implica di per sé la sussistenza del secondo (da valutare con le regole della causalità giuridica, ex art. 1223 c.c.). La chiusura, da parte d’un istituto bancario, delle linee di credito precedentemente accordate ad una società commerciale potrebbe infatti in teoria causarne la decozione tout court; oppure accelerarne una decozione che comunque era inevitabile; od ancora risultare irrilevante, ad esempio nel caso di società floride e sovracapitalizzate. Le pregresse condizioni economiche e patrimoniali della società che assume di essere stata danneggiata, pertanto, costituiscono un fatto materiale rilevante e centrale nell’accertamento del danno in esame, che la sentenza d’appello ha effettivamente trascurato di esaminare: sia in sé, sia in relazione alla illegittima segnalazione alla centrale rischi”.

Infine, la Suprema Corte ha cassato anche la liquidazione del danno non patrimoniale, perché concessa sulla base di una mera affermazione (“il risarcimento del danno non patrimoniale spetta anche alle persone giuridiche”), senza tuttavia averne verificato la effettiva sussistenza.

Ebbene, proseguono i giudici di legittimità, “Questa Corte, tuttavia, ha ripetutamente affermato che il danno non patrimoniale, come qualsiasi altro tipo di danno, non può mai ritenersi in re ipsa, con la conseguenza che la relativa prova (beninteso, anche presuntiva) deve essere dapprima offerta da chi invochi il risarcimento, e quindi valutata dal giudice (ex multis)”. Inoltre, “i suddetti pregiudizi non patrimoniali, per essere risarcibili, debbono superare una soglia minima di tollerabilità, ovviamente ben più elevata per le società commerciali rispetto alle persone fisiche, ché altrimenti si perverrebbe a ristorare come veri danni dei semplici fastidi o disagi”.

La decisione impugnata, di conseguenza, è stata cassata con rinvio alla Corte di secondo grado, per la rivalutazione alla luce di quanto evidenziato.

Cass., Sez. VI, 1 luglio 2020, n. 13264

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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