Responsabilità Civile

Se sparano ai tuoi gatti, puoi ottenere il rimborso delle cure ma… senza gravare troppo sullo sparatore!

Trib. Milano, sez. X, sentenza 30 giugno 2014 (leggi la sentenza per esteso)

Ha suscitato molti commenti questa recentissima sentenza del Tribunale di Milano riguardante il classico caso di perdita dell’animale di affezione.

Nella specie gli animali erano due: due gatte alle quali un vicino di casa aveva sparato con un fucile ad aria compressa, ferendole gravemente.

Le padrone, madre e figlia, avevano fatto curare le ferite dei due animali domestici, riuscendo a salvarne uno, mentre l’altro era deceduto dopo mesi di agonia.

Le due signore, dopo avere sporto querela contro il colpevole, lo avevano convenuto in giudizio in sede civile per ottenere sia il  risarcimento del danno morale, sia il rimborso delle spese sostenute per le cure veterinarie ammontanti ad un totale di Euro 8.500,00, oltre ai maggiori costi sostenuti per aver dovuto ricorrere ad un finanziamento (Euro 2.420,00 per interessi, Euro 120,00 per commissioni ed Euro 14.62 per l’imposta di bollo).

La decisione in commento del tutto correttamente riconosce quanto segue:

  • sussistono tutti presupposti, oggettivi e soggettivi, per dichiarare il convenuto colpevole del reato di maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p.);
  • pertanto spetta alle attrici il risarcimento del danno non patrimoniale patito a seguito della condotta delittuosa del convenuto, per la sofferenza subita a causa dell’evento; in particolare, il Tribunale ritiene, conformemente alla prevalente giurisprudenza di legittimità, che il risarcimento del danno da perdita dell’animale di affezione possa essere riconosciuto solo quando, come nel caso di specie, sia conseguente a reato;
  • deve essere ammesso al risarcimento sia il danno morale cagionato alle proprietarie dalla perdita della gattina deceduta, sia il danno morale patito a causa dell’ansia per la sorte dell’altra, sopravvissuta a seguito di lunghe e complesse cure; tali danni vengono liquidati equitativamente in misura pari ad Euro 2.000,00 per ciascuna attrice.

Il Tribunale di Milano passa poi ad analizzare la questione del danno patrimoniale, a proposito del quale osserva:

  • che il risarcimento del danno non è limitato a quello che “poteva prevedersi nel tempo in cui è sorta l’obbligazione” ex art. 1225 c.c., atteso che quest’ultima norma non è richiamata dall’art. 2056 c.c., e risulta comunque provata la condotta dolosa del convenuto;
  • che gli esborsi documentati per le cure degli animali sono conformi alle tariffe professionali medie previste per le prestazioni veterinarie eseguite nella fattispecie concreta;
  • che il danno risarcibile non può avere come parametro il “valore antesinistro”, giacché si sta parlando di animali di affezione pressoché privi di valore economico, ma nei confronti dei quali sussiste un forte interesse del proprietario a sostenere esborsi economici al fine di curarli e tenerli in vita in considerazione del legame affettivo e relazionale con gli stessi, ovviamente infungibile;
  • che trova applicazione l’art. 1227 cpv c.c., in forza del quale non sono risarcibili le spese di cura che il danneggiato avrebbe potuto evitare “usando l’ordinaria diligenza”, canone che permette di circoscrivere l’entità del risarcimento ai soli danni non evitabili, giacché non possono essere addebitati al danneggiante quegli ulteriori esborsi che, pur derivando dal fatto illecito, potevano essere evitati mediante una condotta ispirata ai principi di correttezza e buona fede.

Dopo avere enunciato questi principi ineccepibili, il Tribunale ne fa un’applicazione francamente stupefacente: poiché il danneggiante non può essere esposto al rischio di dover risarcire cure veterinarie “potenzialmente infinite” senza alcun vantaggio in relazione alla vittima primaria e secondaria dell’illecito, il limite di risarcibilità di dette spese andrebbe ravvisato nell’equivalente monetario del danno non patrimoniale da perdita dell’animale d’affezione.  “In conclusione, qualora il proprietario si prodighi in spese veterinarie per curare il proprio animale (seppure quest’ultimo privo di valore economico), tale condotta è finalizzata indubbiamente al mantenimento ed al “ripristino” del rapporto affettivo con l’animale; dunque, non pone in essere una condotta conforme ai delineati principi di diligenza e correttezza chi affronti spese veterinarie addirittura superiori al possibile risarcimento del danno compensativo della perdita di tale rapporto”.  Pertanto il danno patrimoniale viene liquidato in complessivi Euro 4.000,00.

Questa decisione provoca forti perplessità.  Come è possibile parametrare le spese di cura risarcibili ad un valore imprevedibile per il danneggiato, quale è quello del “pretium doloris” che potrà essergli risarcito in via puramente equitativa?  Come è possibile stabilire un’equivalenza monetaria tra due quantità che potrebbero essere perfino inversamente proporzionali tra loro, giacché cure più costose potrebbero in ipotesi evitare la perdita dell’animale (riducendo perciò il danno morale), mentre l’astensione dalle cure o cure meno costose potrebbero comportare la morte di un animale che poteva essere salvato (dilatando perciò il danno morale)? L’irrazionalità del criterio individuato pare davvero evidente. Per garantire il rispetto del canone dell’ordinaria diligenza non servono incongrue formule matematiche, ma occorre effettuare caso per caso la valutazione di quali siano i  “costi ragionevoli” nella fattispecie concreta.  Soccorre l’applicazione analogica dell’art. 1914 2° comma c.c. (Obbligo di salvataggio), che impone all’assicuratore di rimborsare all’assicurato le spese che costui ha sostenuto per evitare o diminuire il danno “salvo che provi che le spese sono state fatte inconsideratamente”.

11 luglio 2014

(Luciano  Belli Paci – l.bellipaci@lascalaw.com)

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