Diritto d'autore

Se lo scrittore conclude un contratto d’ opera, la prospettata pubblicazione costituisce parte del compenso

Si è conclusa dopo oltre 10 anni, con la sentenza della Corte d’ Appello di Venezia depositata il 31 marzo 2012 e comunicata nei giorni scorsi, la incredibile vicenda che aveva visto Carlo Manfio – noto storico del teatro – citare in giudizio Arteven, l’ associazione pubblica che sovraintende all’ attività teatrale nella Regione Veneto.

Alla fine degli anni novanta, Arteven aveva commissionato al Manfio la redazione di una storia del teatro veneto nel trentennio 1970/2000. E l’ iniziativa era stata finanziata dalla Regione con uno stanziamento di 40 milioni di lire di allora.

L’ autore aveva consegnato, dopo due anni di attività, un lavoro ponderoso e accuratissimo che, appena esaminato, aveva ricevuto entusiastica accoglienza dal committente. Il Manfio venne quindi pagato venti milioni di lire; un compenso certamente modesto rispetto all’ entità e alla qualità dell’ opera, ma accettato in virtú della pubblicazione e diffusione che Arteven ne aveva  prospettato.

Quando peró il lavoro venne letto dai funzionari regionali, essi ebbero a lamentarsi del fatto che l’ opera, tra l’altro, ricordava e dava conto di alcune serrate critiche che, nel corso degli anni ottanta (!!) erano apparse sulla stampa con riguardo alla politica della Regione Veneto in materia di teatro. Critiche che riguardavano i governi a guida  democristiana di allora e le addebitavano comportamenti che, peraltro, non erano mai stati smentiti all’ epoca dei fatti.

Morale: il finanziamento regionale – indispensabile per pagare le spese di stampa – non sarebbe stato erogato se l’ autore non avesse letteralmente censurato quelle parti nelle quali la classe politica di vent’ anni prima veniva ricordata anche per le sue “ombre” ! Il Manfio si era naturalmente rifiutato, in omaggio alla verità storica, mentre Arteven – in quegli anni guidata da un dirigente del PD- aveva preferito soggiacere al diktat della Regione (guidata da una maggioranza di segno opposto).

Questa vicenda di “censura bipartisan”, nell’ interesse di una trascorsa classe politica che tutti i partiti della seconda repubblica si vantavano in pubblico di avere liquidato, registrava così uno stupefacente epilogo: Il libro – pagato con denaro pubblico e consegnato – non veniva dato alle stampe e Arteven preferiva chiuderlo in un cassetto.

Vano era stato anche l’ appello di importanti uomini di teatro – tra gli altri Marco Paolini, Giorgio Albertazzi, Moni Ovadia – affinché, invece, l’ importante  opera fosse stampata e diffusa. Niente da fare.

Al Manfio non restava che rivolgersi al Tribunale di Venezia, davanti al quale Arteven si difendeva non contestando minimamente la qualità e la veridicità dell’ opera, ma sostenendo che – avendola acquistata e pagata – essa aveva tutto il diritto di farne quello che voleva, ivi compreso … non pubblicarla. E della stessa opinione era stato – in primo grado – il Tribunale.

Ma, accogliendo il ricorso di Manfio, assistito dal name partner dello Studio Giuseppe La Scala e dalla partner della sede vicentina Paola Strada, la Corte d’ Appello del capoluogo veneto ha rovesciato la decisione impugnata. Il Manfio – ha statuito la Corte (Presidente Sivestre, Consiglieri Tantulli e De Rosa) – ha adempiuto correttamente il contratto. Egli, secondo la sentenza, confidava ragionevolmente nella sua pubblicazione, che costituiva una componente del compenso; la mancata pubblicazione era ingiustificata e Arteven è stata quindi condannata a risarcire il danno causato all’ autore e a rimborsargli le spese legali dei due gradi di giudizio.

(Giuseppe La Scala – g.lascala@lascalaw.com)

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