Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Se al concordato “succede” il fallimento, sono revocabili i pagamenti lesivi della par condicio

In caso di risoluzione del concordato preventivo e di successiva dichiarazione di fallimento, sono privi di efficacia e, dunque, revocabili ad istanza del Curatore tutti gli atti che, seppur svolti in esecuzione del concordato, violano il principio della par condicio creditorum.

Nel caso in esame, una procedura di concordato preventivo ha disposto riparti in favore di una banca – creditrice chirografaria – in spregio ai creditori privilegiati, nonché ai creditori di pari rango. Una volta risolto il concordato preventivo e dichiarato il successivo fallimento della società, il Curatore ha agito per il recupero delle somme ingiustamente corrisposte alla banca.

La banca, condannata in appello alla restituzione di quanto riscosso, ha proposto ricorso per Cassazione, eccependo la prescrizione dell’azione revocatoria promossa dalla Curatela.

La Corte di merito, richiamando l’applicazione in via analogica dell’art. 140, comma 3, l.f.[i], ha rilevato una violazione della par condicio creditorum tale da superare il principio della conservazione dei pagamenti disposti in esecuzione della procedura di concordato preventivo.

Infatti, secondo la norma richiamata, i creditori anteriori alla riapertura della procedura fallimentare sono esonerati dalla restituzione di quanto hanno riscosso dal concordato poi risolto o annullato.

Tuttavia, sono prive di efficacia quelle disposizioni che, pur trovando la loro ragione d’essere nella procedura concordataria, siano divenute estranee alle finalità dell’istituto, in quanto eseguite al di là dei limiti stabiliti nella sentenza di omologazione o in violazione del principio della par condicio creditorum e dell’ordine delle prelazioni.

I Giudici di legittimità, pur condividendo l’applicazione analogica dell’art. 140 l.f. e confermando la violazione della par condicio creditorum rilevata dalla Corte d’Appello, hanno ritenuto che la fattispecie in esame sia riconducibile non tanto ad un ipotesi di recupero del pagamento non dovuto (indebito oggettivo), quanto piuttosto di un’ipotesi di mancato raggiungimento degli obiettivi del concordato fatto valere dal Curatore dell’intervenuto fallimento, circostanza che rende dunque inefficace il pagamento.

Infatti, la sentenza in esame ha chiarito che “la mancanza di obbligo “a restituire quanto…riscosso” L. Fall. , ex art. 140, comma 3 – e per converso la verifica delle circostanze solutorie in cui si versi al di fuori di tale esonero – non rinvia ad una locuzione agilmente armonizzabile con “il diritto di ripetere” ciò che è stato pagato e “non dovuto” di cui all’art. 2033 c.c. , non potendosi discorrere di pagamenti vietati in punto di validità per coloro che li hanno ricevuti, stante l’attuazione di essi in conformità allo statuto di creditori (ammessi al passivo nel concordato fallimentare ovvero non contestati nel concordato preventivo) e per mano dell’organo concorsuale o con il suo controllo”.

Da tale interpretazione, la Cassazione, infine, ha fatto conseguire il principio per cui, trattandosi di declaratoria d’inefficacia, la relativa azione si prescrive non nel termine di prescrizione decennale, bensì in quello di decadenza previsto dalla Legge Fallimentare (art. 69bis), con l’ulteriore conseguenza che tale termine decorre da quando l’azione può essere promossa e, dunque, dall’assunzione della carica da parte del Curatore.

Alla luce delle argomentazioni sopra riportate, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata e per l’effetto rigettato la domanda, in quanto esercitata dal Curatore oltre il termine di prescrizione quinquennale.

Cass., Sez. I, 14 gennaio 2016, n. 509 (leggi la sentenza)

Davide Manzod.manzo@lascalaw.com

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