Chi è onerato della prova non usi gli scalari

Saldo banca vs saldo rettificato: 1 a 0

Il Tribunale di Torino, nella pronuncia in commento, ha affrontato un tema recentemente posto all’origine di numerosi dibattiti nel contenzioso di natura bancaria, e si è pronunciato in merito a quale saldo debba essere utilizzato nell’ambito delle verifiche tese ad identificare, ai fini prescrizionali, la natura delle rimesse intervenute su di un conto corrente, optando per la soluzione che vuole l’utilizzo del c.d. saldo banca, in luogo di quello rettificato, ossia epurato dalle poste asseritamente illegittime.

A fondamento della tesi che predilige l’utilizzo del c.d. saldo ricalcolato viene solitamente richiamata una recente pronuncia della Suprema Corte (la sentenza n. 9141 del 2020), la quale – ad avviso del foro piemontese – ha omesso di considerare una questione del tutto centrale, cioè quella “del nesso tra il saldo, la quantificazione del versamento in conto e la decorrenza della prescrizione”.

La nota pronuncia a Sezioni Unite n. 24418/10, ha chiarito che hanno natura di “pagamento” – determinando, conseguentemente, secondo la regola generale dell’indebito, la decorrenza della prescrizione dalla data in cui sono eseguiti – i versamenti che “abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca”. Il fatto che il pagamento sia avvenuto in virtù di un titolo nullo, “non posticipa il dies a quo dal momento del pagamento a quello dell’accertamento giudiziale della nullità, poiché la pronuncia ha carattere meramente dichiarativo e non toglie che lo spostamento patrimoniale, dal solvens all’accipiens, abbia avuto luogo con l’esecuzione della prestazione indebita.”

Con un chiarissimo percorso argomentativo, il Tribunale di Torino ha approfondito tale ultimo aspetto, fondando il proprio ragionamento proprio sui principi enunciati dalle Sezioni Unite, e precisando che il giudizio sulla natura del versamento debba effettuarsi secondo la situazione esistente alla data in cui lo stesso è stato eseguito e non “in funzione di scenari ipotetici”.

“Lo spostamento patrimoniale è escluso se la riduzione dell’esposizione debitoria comporta la riespansione, in pari misura, della facoltà di utilizzo della medesima somma di denaro e sussiste invece se questa riespansione non può verificarsi, perché il versamento è fatto su un conto “scoperto”, senza fido o oltre il limite del fido.”

Premesso ciò, vi sono, a parere del Tribunale, due considerazioni che depongono a favore dell’utilizzo del saldo banca, in luogo di quello depurato.

“La prima è che, per forza di cose e per previsione di legge (art. 119 TUB), la banca e non il cliente è la parte contrattualmente autorizzata a elaborare i conti.” Il correntista, dunque, può certamente contestare le risultanze degli estratti conto trasmessi dalla Banca e la legittimità delle registrazioni effettuate, in quanto avvenuta sulla scorta di un titolo nullo, ma sino a che l’errore non viene riconosciuto dall’istituto di credito o lo stesso viene giudizialmente accertato, l’unico conteggio attendibile sarà, senza ombra di dubbio, quello predisposto dalla Banca, che ha effetto anche nei confronti del cliente.

“La seconda è che non esistono modalità di utilizzo del c/c che non richiedano la cooperazione della banca per avere efficacia”. Se il conto è “scoperto”, infatti, l’operatività sullo stesso è limitata o addirittura esclusa dallo stesso istituto di credito; ciò significa che il correntista non ha facoltà di disporre in assenza di copertura.

La possibilità di sostenere l’illegittimità degli addebiti, e di far emergere un saldo rettificato a credito o entro i limiti del fido, “non restituisce al versamento su conto corrente “scoperto” lo scopo ed effetto di riprisitinare la disponibilità, anziché di ridurre puramente e semplicemente l’esposizione debitoria, poiché la nullità del titolo non toglie che il denaro sia uscito dalla sfera di controllo del cliente.”

Pertanto, secondo il Giudice, che – all’esito di tale ragionamento – analizza nuovamente il dettato della pronuncia n. 9141/2020, il principale punto critico dell’anzidetta pronuncia sta nell’aver rimesso il giudizio sulla qualificazione della rimessa all’esito della declaratoria di nullità, in quanto “la disponibilità idonea a impedire lo spostamento patrimoniale consiste nella concreta conservazione del potere di disporre di una somma di denaro e non può che essere verificata sulla base della situazione dichiarata esistente al tempo in cui il versamento è eseguito. Che a distanza di oltre dieci anni si scopra che il c/c era attivo o entro i limiti del fido non toglie che il cliente, nell’intervallo, abbia perduto la disponibilità della somma versata e che l’abbia perduta al tempo stesso del versamento”.

Per le ragioni pocanzi espresse, dunque, il foro piemontese ha sancito che l’unica modalità attendibile per verificare la natura delle rimesse intervenute su di un conto corrente sia quella fondata sul saldo emergente dagli estratti conto e non su quello epurato dagli asseriti illegittimi addebiti.

Trib. Torino, 28 gennaio 2021, n. 408

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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