Chi è onerato della prova non usi gli scalari

Roma docet in tema di mutuo

Un recente provvedimento del Tribunale di Roma ha ripercorso, smentendone la fondatezza, le consuete contestazioni mosse dai mutuatari nei confronti degli Istituti di credito eroganti il finanziamento.

Nel caso di specie, gli attori hanno contestato, sulla scorta di presupposti ritenuti erronei, l’usurarietà del rapporto oggetto di causa, nonché l’indeterminatezza delle condizioni contrattuali e l’anatocismo insito nel piano di ammortamento alla francese, chiedendo che la Banca venisse condannata alla ripetizione degli importi indebitamente percepiti.

In prima battuta, il Tribunale capitolino ha escluso, ribadendolo con forza, che il tasso effettivo del mutuo possa essere determinato mediante l’operazione di sommatoria del tasso corrispettivo e di quello di mora pattuiti in contratto, ed ha ribadito “l’assurdità logica e giuridica della sommatoria, in base al semplice rilievo che gli interessi moratori non sono destinati ad essere applicati congiuntamente agli interessi corrispettivi ma si sostituiscono a questi. Né si può richiamare, a giustificazione della sommatoria, la clausola contrattuale, comune nei contratti di mutuo, che prevede nell’ipotesi di ritardato pagamento l’applicazione del tasso moratorio sull’intero importo delle rate scadute, quindi sia sulla quota capitale sia sulla quota interessi, poiché tale meccanismo propriamente non comporta alcuna sommatoria di tassi in quanto la base di calcolo, alla quale si applica il solo interesse moratorio, rimane cristallizzata nell’importo della singola rata” .

Prosegue poi il Giudice, ritenendo perfettamente legittima anche la clausola di salvaguardia apposta al contratto, la quale assicura il mantenimento del tasso di mora nei limiti del tasso soglia. La giustificazione della suddetta pattuizione si può reperire “nella legittima previsione di un meccanismo di indicizzazione del tasso di interesse che sarebbe suscettibile di determinare, nel corso del rapporto, al di fuori del controllo delle parti, per effetto della variazione del parametro e della sua combinazione con lo spread contrattuale, il superamento del tasso soglia; sicché essa opera al livello della determinazione del tasso e non con la mera astratta affermazione di un diritto alla restituzione in capo al mutuatario, e quindi non si può considerare elusiva della norma imperativa che prevede il divieto di pattuizione di interessi usurari (cfr. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 12965 del 22/06/2016)”.

Un’altra frequente eccezione svolta dai mutuatari, sempre tesa a provare l’usurarietà del contratto di mutuo, è quella volta a far includere, nel calcolo del TEG, anche la commissione per l’estinzione anticipata pattuita. Essa, tuttavia, corrisponde ad un diritto potestativo, esercitato a discrezione del mutuatario, che prescinde da un inadempimento. Pertanto, tale voce di costo, qualificata dal Giudice come multa penitenziale ex art. 1373 c.c., ossia remunerazione che il mutuatario si impegna a riconoscere a favore dell’istituto di credito per l’esercizio del potere di recesso, dovrà essere esclusa ai fini delle verifiche usura, non rappresentando un costo collegato alla concessione del credito.

Quanto all’anatocismo insito nel piano di ammortamento alla francese, il dott. Carlomagno – oltre ad indicare i criteri di matematica-finanziaria applicabili per la determinazione del piano di ammortamento – ha ribadito che “anche nel metodo di capitalizzazione alla francese gli interessi vengono calcolati sulla quota capitale via via decrescente e per il periodo corrispondente a ciascuna rata, sicché non vi è alcuna discordanza tra il tasso pattuito e quello applicato e non vi è alcuna applicazione di interessi su interessi atteso che gli interessi conglobati nella rata successiva sono a loro volta calcolati unicamente sulla residua quota capitale, ovverosia sul capitale originario detratto l’importo già pagato con la rata o le rate precedenti.” D’altronde, una tale imputazione risulta rispettosa del dettato dell’art. 1194 c.c., il quale stabilisce che il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che ad interessi e spese, senza il consenso del creditore.

Perciò, quando il contratto presenta le principali pattuizioni (somma mutuata, tassi, e numero di rate), non vi è più alcun intervento successivo del mutuante, che non ha possibilità di suddividere la rata fra quota capitale e quota interessi, in quanto la misura della rata discende matematicamente dagli elementi contrattuali indicati.

Interessante anche il punto di vista del giudice romano sull’ISC. Nel caso di specie, gli attori hanno lamentato la mancata indicazione dello stesso nel contratto di mutuo, il cui obbligo è sorto solo con delibera CICR del 04.03.03 in vigore dal 01.10.03. Il Tribunale, tuttavia, esclude che la sua mancata indicazione possa essere sanzionata con la nullità della clausola determinativa del tasso di interesse, “poiché il requisito alla determinatezza del tasso ultralegale deve essere verificato con esclusivo riferimento a tale clausola e non con riferimento all’indicazione dell’ISC, che ha una finalità meramente indicativa del peso economico dell’operazione”. In ogni caso, quand’anche i mutuatari avessero eccepito la difformità tra ISC pattuito ed ISC effettivamente applicato, come peraltro spesso avviene, e la differenza fosse stata quantificata in pochi centesimi di punto percentuale, “si deve considerare inidonea a configurare una falsa informazione quanto al costo complessivo del credito qualificabile ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2005/29 come pratica commerciale “ingannevole” e quindi palesemente irrilevante ai fini del dedotto carattere abusivo della clausola”.

Una chiosa finale merita anche quanto statuito in ordine al mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte degli attori, dal quale è conseguita la negata concessione dell’indagine tecnica d’ufficio domandata dai mutuatari, ritenuta, appunto, suppletiva dell’onus probandi incombente sugli stessi: “In particolare si deve ritenere che la parte che deduce la violazione del divieto di usura, dunque l’applicazione di tassi superiori a quelli previsti dalla Legge 108/1996, abbia l’onere di dedurre in modo specifico l’avvenuto superamento dello specifico tasso soglia rilevante, che deve essere fondata su criteri corretti in diritto e deve essere specifica, quanto all’allegazione del fatto, non essendo stata reputata sufficiente a fondare la richiesta di CTU contabile la mera indicazione numerica dei tassi che si assumono applicati dalla banca e dal tasso soglia applicabile (Cass. 6 Sezione, ordinanza n. 2311 del 30.01.18). La contestazione dunque non può essere generica o fondata su criteri errati in diritto, e, in mancanza non può essere ammessa alcuna consulenza tecnica”.

Il Giudice, alla luce delle spiegate motivazioni, ha dunque rigettato la totalità delle domande attoree.

Tribunale di Roma, 8 aprile 2019, n. 7576

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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