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Rischioso l’investimento? Dimostramelo

Con una recente pronuncia del Tribunale di Milano, viene affrontato il problema della valutazione del rischio connesso ad un investimento che, notoriamente, aveva rating, attribuito dalle agenzie specializzate, più che positivo (Lehman Brothers).

Degli investitori convengono in giudizio l’intermediario finanziario censurandone l’operato e sottolineando l’esistenza di pretesi vizi di nullità e/o diritti di risarcimento del danno derivante dalla perdita del capitale conseguente all’acquisto dei titoli, avvenuto nell’anno 2003.

Tuttavia, il Giudice di merito correttamente esclude le dedotte ragioni di nullità per assenza del contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento, nonché la nullità dell’ordine per carenza della forma scritta, sottolineando l’esistenza del contratto quadro firmato dagli attori, nonché la pacifica esistenza di una volontà di investimento nei titoli da parte degli investitori (e non sussistenza quindi di una applicabilità per analogia dell’art. 23 TUF agli ordini di investimento).

Nel merito il Tribunale conferma l’insussistenza di pretesi inadempimenti informativi di carattere contrattuale, sottolineando come “la contestazione [riguardante la pretesa rischiosità dell’investimento, ndr] è rimasta relegata a una mera affermazione di principio di portata assolutamente generica, non avendo la difesa attorea chiarito sulla base di quali elementi gli intermediari finanziari e, nello specifico, la convenuta avrebbero potuto conoscere in anticipo lo stato di dissesto finanziario della società emittente le obbligazioni e a quando tale conoscenza anticipata sarebbe insorta, ossia se al momento dell’acquisto delle obbligazioni, come si è visto risalente addirittura a cinque anni prima il default, piuttosto che in un momento successivo”.

Con riferimento a tale ultima questione, peraltro, sempre correttamente il Giudice di prime cure conferma che, contrattualmente, l’intermediario non aveva assunto alcun onere di informativa continuativo successivo.

Da ultimo, viene contestato all’intermediario la vendita di titoli senza avvisare i clienti della esistenza di “limitazioni per il mercato italiano, essendo prevista e consentita solo per gli investitotir qualificati ex art. 31 del Reg. Consob 11522/1998”; tuttavia anche tale preteso inadempimento viene rigettato poiché “tale limitazione discend[e] da una mancata preventiva autorizzazione da parte della Consob, senza che a ciò debba necessariamente essere ricollegata una valutazione di rischiosità particolare del titolo e, quindi, di sua inadeguatezza per il mercato retail non qualificato”.

Tribunale di Milano, 17 gennaio 2019, n. 406

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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