Compravendita nulla per difetto di forma e usucapione dell’immobile

I rischi che corre l’erede, se rimane contumace

I chiamati all’eredità, se citati in giudizio in qualità di eredi, hanno l’onere di costituirsi contestando l’avvenuta accettazione dell’eredità, diversamente si considerano legittimati passivi alla lite”.

Questo, in estrema sintesi, quanto chiarito dalla Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 17445, depositata il 28 giugno 2019.

È certamente interessante comprendere, in maniera più approfondita, tale pronuncia, partendo dall’analisi dei fatti di seguito riepilogati.

I conducenti di un autoveicolo citavano in giudizio innanzi al Tribunale, il proprietario dell’autoveicolo antagonista e la sua compagnia assicuratrice, poiché ritenuto esclusivo responsabile nella causazione di un sinistro.
Il Tribunale, tuttavia, dichiarava la pari responsabilità di entrambi i veicoli, e condannava – in solido – i convenuti al pagamento in favore degli attori della metà del danno complessivamente liquidato, oltre alla refusione della metà delle spese di lite.

La vicenda proseguiva in appello.

Gli appellanti principali, verificato che il proprietario del veicolo era, nelle more, deceduto, notificavano atto di integrazione del contraddittorio ai tre figli del de cuius sul presupposto che gli stessi fossero anche suoi legittimi eredi, quali, però, rimanevano contumaci in giudizio.
La Corte di Appello dichiarava inammissibile l’appello e gli appellanti decidevano di proporre ricorso per cassazione.

La Cassazione ha ritenuto fondati tutti i motivi di ricorso alla luce della circostanza, ritenuta determinate, che l’eredità del defunto si era devoluta per legge ai suoi figli posto che “questi ultimi che, nella specie, avevano tra l’altro, accettato la notifica dell’atto di citazione in appello per l’integrazione del contraddittorio, restando tuttavia, come già detto, contumaci”.

La Corte chiarisce infatti che nell’ipotesi di morte di una delle parti in corso di giudizio, la relativa legittimatio ad causam si trasmette (non al semplice chiamato all’eredità, bensì) all’erede, non essendo la semplice delazione (conseguente alla successione) presupposto sufficiente per l’acquisto di tale qualità, occorrendone, pur sempre, la materiale accettazione, anche tacita (art. 476 c.c. e art. 485 c.c., comma 2).

La legittimato ad causam si trasmette al semplice chiamato all’eredità nel caso di cui all’art. 460 c.c., cioè nel caso in cui il chiamato all’eredità abbia esercitato azioni possessore o abbia compiuto atti conservati dei beni ereditari e non si sia provveduto alla nomina di un curatore dell’eredità.

Ne consegue che, pur non assumendo i chiamati all’eredità, per il solo fatto di aver ricevuto ed accettato la predetta notifica, la qualità di erede, hanno l’onere di contestare, costituendosi in giudizio, l’effettiva assunzione di tale qualità ed il conseguente difetto di legittimatio ad causam, così da escludere la condizione di fatto che ha giustificato la predetta citazione in giudizio.

Infine, la Corte precisa che “non poteva dirsi onere dei ricorrenti provare la qualità di eredi dei figli del de cuius anche considerando che, al momento della notifica suddetta, l’eventuale accettazione, espressa o tacita, dell’eredità non era nella disponibilità dei ricorrenti, non esistendo in materia alcuna forma di pubblicità; inoltre, poteva ancora essere perfezionata dai chiamati all’eredità fino a dieci anni dopo il decesso del proprio congiunto”.

Cass., Sez. III Civ., 28 giugno 2019, n. 17445

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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