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Risarcimento danni per assegno trafugato: forse, e finalmente, arriva la soluzione

Ritorniamo a trattare un argomento già ampliamente discusso all’interno della nostra newsletter: nel caso di negoziazione e di incasso di un assegno di traenza munito di clausola di intrasferibilità, precedentemente falsificato nel nominativo del beneficiario, chi dovrà rispondere del risarcimento del danno cagionato? La banca trattaria ovvero la banca negoziatrice?

La questione giuridica, più che mai tornata in auge, vede avvicinarsi la soluzione: con l’Ordinanza interlocutoria n. 12379/2017, della I sezione Civile della Corte di Cassazione, è stata disposta la remissione degli atti al Primo Presidente affinché ne valuti l’eventualità della assegnazione della trattazione alle Sezioni Unite.

Il caso

In Grado di Appello, il Tribunale di Torino, nel conformarsi alla decisione presa in primo grado dal Giudice di Pace locale, ha escluso ogni responsabilità in capo all’Istituto di credito trattario atteso che quest’ultimo, benché avesse pagato a soggetto diverso dall’effettivo beneficiario, non aveva alcun motivo “anche con la diligenza del medio banchiere” per dubitare della legittimità della negoziazione e del successivo incasso dell’assegno.

La decisione

Con una accurata argomentazione, la I sezione Civile della Suprema Corte ha ricostruito l’evoluzione storica dell’annosa questione giurisprudenziale, tracciando una breve -e brillante- mappa dei due contrapposti orientamenti che si ripartiscono il panorama giuridico attuale.

Un primo orientamento nasce con la Sentenza n. 3133 del 1058, la quale nega efficacia liberatoria al pagamento in favore del legittimato apparente, sulla base del principio secondo cui la banca che paghi un assegno non trasferibile lo fa “a suo rischio e pericolo”. La stessa pertanto, indipendentemente dalla diligenza poste in essere all’atto dell’identificazione del presentatore, è tenuta a ripetere se eseguito in favore di persona diversa dal prenditore.

Detta interpretazione- come rilevato in dottrina – sgancia la responsabilità della banca dal principio della colpa perché, secondo la Corte, la finalità attribuita della legge alla clausola “non trasferibile” è quella di conferire al prenditore un’assoluta sicurezza del pagamento dell’assegno.

Tale orientamento, successivamente eclissatosi, ha visto vita nuova con la  Sentenza n. 1098 del 1999 che, ha ripristinato l’indirizzo interpretativo enunciato in prima battuta da Cass. 3133/1958.

Un secondo orientamento, trae origine da un precedente anch’esso datato (dobbiamo infatti ritornare al 1968), ossia la Sentenza n. 2360/68, a mente del quale il pagamento effettuato in favore di chi non sia legittimato è privo di effetto liberatorio per chi lo esegue “soltanto se questi non ha usato la dovuta diligenza nell’identificazione del presentatore”.

Questa seconda corrente ha predominato per oltre un trentennio, per essere poi accantonata e, successivamente, di nuovo ripresa a seguito di alcune recentissime pronunce, tra cui la Cass., Sez. 26/01/2016, n. 1377, che esclude la responsabilità della banca che paghi a persona diversa dal prenditore un assegno non trasferibile alterato nell’importo e nell’intestatario quando l’alterazione non sia “riscontrabile ictu oculi attraverso un esame diretto visivo e tattile dell’assegno da parte dell’impiegato addetto, che non deve essere un esperto grafologo ma in possesso di comuni cognizioni teorico-tecniche, ovvero anche tramite mezzi e strumenti di agevole utilizzo e reperibilità, senza che debba ricorrere ad attrezzature tecnologiche sofisticate e di difficile e dispendioso reperimento.”

Sviscerato attentamente il quadro storico e affermata l’oggettiva rilevanza della questione, la I Sezione Civile della Suprema Corte ha ritenuto, quindi, necessario l’intervento chiarificatore delle Sezioni Unite, rimandando, pertanto, gli atti al Primo presidente per le opportune valutazioni.

Cass., Sez. I Civile, Ordinanza interlocutoria n. 12379

Giovanni Prestipino – g.prestipino@lascalaw.com

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