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Ripetizione di indebito: onere alla prova e verifica dell’usura

Lo Studio ha assistito un istituto di credito, nell’ambito di un giudizio promosso da un correntista ex art. 702 bis c.p.c., volto ad ottenere la ripetizione delle somme addebitate sul conto corrente, in particolare per violazione della normativa antiusura, nonché per applicazione di interessi anatocistici ed ultralegali.

Le domande di parte ricorrente sono state integralmente rigettate.

In primo luogo, il Giudice adito ha ricordato come, secondo l’insegnamento della Suprema Corte, l’onere probatorio ricade su parte attrice, anche in caso di ripetizione di indebito oggettivo. Ebbene, poiché – nel caso di specie – la ricorrente aveva allegato, non la mancata stipulazione dei contratti, ma l’assenza o l’invalidità delle pattuizioni relative alla misura degli interessi, alla c.m.s., alle spese e alle valute, sarebbe stato suo onere provare l’assenza di causa debendi, mediante la produzione dei contratti di conto corrente. “Ne consegue che, attesa la mancata produzione in giudizio di tali contratti, parte ricorrente non ha fornito la prova dei fatti dalla stessa posti a fondamento delle proprie pretese, che non possono, pertanto, essere accolte”. Il G.U. ha, altresì, precisato che giustificato era il comportamento della banca che non aveva prodotto copia dei contratti, neppure a seguito dell’emissione di un ordine ex art. 210 c.p.c. e di una precedente richiesta formulata dal correntista ai sensi dell’art. 119 T.U.B. Quest’ultima norma, infatti, “sottopone il diritto del correntista ad ottenere dalla banca copia della documentazione relativa ai rapporti in essere al limite temporale del decennio anteriore alla data della domanda (…). La correntista non ha quindi diritto ad ottenere copia dei contratti di conto corrente stipulati entrambi più di dieci anni prima della richiesta ex art. 119 TUB”.

Il giudice milanese, infine, ha ribadito come la verifica del rispetto del tasso soglia usura non possa che essere condotta sulla base delle Istruzioni di Banca d’Italia. Queste ultime, infatti, non possono essere considerate mere circolari, atteso che:

–          l’art. 4 TUB prevede in via generale che la Banca d’Italia, quale autorità creditizia, possa impartire istruzioni nei confronti degli intermediari;

–          le stesse trovano una collocazione peculiare all’interno della normativa anti-usura. In particolare, i decreti ministeriali annuali hanno sempre demandato a Banca d’Italia la rilevazione dei tassi effettivi globali medi e quelli trimestrali hanno sempre disposto che le banche e gli intermediari finanziari si attengono ai criteri di calcolo indicati nelle Istruzioni emanate da Banca d’Italia.

Nella decisione, si legge ancora come le Istruzioni abbiano natura di “norme tecniche ed autorizzate dalla disciplina regolamentare, necessarie per l’applicazione di tutta la normativa anti-usura. In conclusione, quindi, è vero che il Giudice non è vincolato al rispetto delle Istruzioni della Banca d’Italia quali fonti di diritto, ma occorre essere consapevoli consapevoli che, tenuto conto della complessiva struttura della disciplina antiusura e del peculiare ruolo in essa attribuito a dette Istruzioni, un eventuale calcolo del TEG applicato ad un determinato rapporto bancario effettuato in modo difforme rispetto alle Istruzioni in parola condurrebbe ad un risultato inattendibile e, dunque, in ultima analisi ingiusto”. Inoltre, “appare miope l’intento di chi opera al fine di innalzare il valore del TEG – ad esempio computando oneri non connessi all’erogazione del credito o utilizzando formule che conducano ad un risultato più elevato – giacché in realtà l’aumento del TEG a livello di sistema comporta anche l’aumento del tasso soglia, con l’effetto di ridurre l’efficacia anti-usura della normativa”.

Trib. Milano, ord. 14.02.2017 (leggi l’ordinanza)

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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