Rinuncia alla domanda di concordato e fallimento su iniziativa del p.m.

E’ quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano che, con sentenza resa in data 29 ottobre 2015, ha ritenuto che la rinuncia alla domanda di concordato preventivo faccia venire meno la speciale legittimazione del pubblico ministero a presentare la richiesta di fallimento di cui all’art. 173 della L.F..

In particolare, con la sentenza in parola il Collegio milanese ha affrontato il complesso rapporto tra procedimento di inammissibilità di concordato preventivo ex art. 173 L.F., rinuncia alla domanda stessa e procedimento prefallimentare.

Nel caso di specie, infatti, la società fallita aveva proposto reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento lamentando che il Tribunale avesse accolto l’istanza di fallimento pur in difetto di una valida richiesta da parte del P.M. il quale, una volta venuto meno il procedimento ex art. 173 L.F. a seguito della rinuncia alla domanda di concordato preventivo presentato dalla reclamante, aveva perso la speciale legittimazione riconosciuta da quest’ultima norma.

Ebbene, la Corte d’Appello, chiamata a pronunciarsi sul punto, ha ritenuto fondato il motivo di reclamo sul presupposto che la richiesta di fallimento presentata dal P.M. nell’udienza fissata ex art. 173 L.F., relativa al procedimento di revoca del concordato preventivo, ma successivamente alla rinuncia della domanda fatta dal debitore, faccia venir meno la legittimazione del P.M. a presentare nel corso di tale udienza la richiesta di fallimento nei confronti del debitore stesso.

Ciò in quanto l’art. 173 della L.F. presuppone la diversa fattispecie della pendenza della procedura concordataria e della revoca dell’ammissione del debitore a detta procedura.

Ne consegue che se, al momento della presentazione della richiesta di fallimento, la procedura di concordato non sia più pendente, stante il venir meno del suo presupposto, e cioè la domanda della debitrice, la dichiarazione di fallimento che ciononostante venga emessa, andrà revocata  per essere stata pronunciata in assenza di una valida domanda.

E invero la comunicazione al P.M. prevista dal 2 comma dell’art. 173 L.F., così come quella di cui all’art. 161 L.F. che il tribunale dispone senza alcun preventivo vaglio, non sono riconducibili alla segnalazione del giudice civile di cui all’art. 7 L.F. che legittima il P.M. alla presentazione della richiesta di fallimento.

Peraltro la Corte ha, altresì, evidenziato come la rinuncia alla domanda di concordato preventivo, diversamente dalla rinuncia agli atti, non richieda l’adozione di forme particolari e sia immediatamente efficace anche senza l’accettazione delle controparti determinando il venir meno del potere-dovere del giudice di pronunciare, tant’è che il provvedimento mediante il quale il tribunale ne prende atto ha natura meramente ricognitiva della volontà manifestata dalla parte.

In virtù dei suesposti principi se una società, precedentemente ammessa alla procedura di concordato preventivo, rinunci alla domanda concordataria prima dell’udienza fissata per la revoca ai sensi dell’art. 173 L.F., il P.M. non è più legittimato a presentare istanza di fallimento, in quanto detta richiesta sarebbe giustificata solo dalla diversa fattispecie della pendenza della procedura concordataria.

20 aprile 2016

Luigia Cassottal.cassotta@lascalaw.com

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