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Rimesse solutorie e ripristinatorie: criterio rilevante ai fini dell’eccezione di prescrizione

La sentenza in commento trae origine da un’azione di ripetizione avanzata da una società a r.l. nei confronti di un istituto di credito, volta ad ottenere la restituzione delle somme asseritamente indebite percepite dalla banca in relazione ad un rapporto di conto corrente, a titolo di interessi determinati con riferimento agli usi di piazza e per la capitalizzazione trimestrale dei medesimi.

La Corte d’appello, a conferma della sentenza di primo grado – che aveva accolto la domanda attorea – rigettava l’eccezione di prescrizione avanzata dalla convenuta, sostenendo che il relativo termine decennale decorreva dalla definitiva chiusura del conto. Nello specifico i giudici d’appello respingevano l’eccezione di prescrizione sollevata dalla Banca assumendo che, in ragione di quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 78/2012, l’azione di ripetizione del correntista si prescrive in dieci anni decorrenti dalla chiusura del conto corrente.

Avverso tale pronuncia la società proponeva ricorso avanti alla Suprema Corte di Cassazione, mentre la banca proponeva ricorso incidentale lamentando – tra le altre – la violazione degli artt. 2934, 2935 e 2946 c.c. per non avere il giudice di appello riconosciuto la prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito con riferimento ai dieci anni prima dell’atto interruttivo.

L’istituto di credito rilevava, infatti, che il giudice di seconde cure non aveva tenuto conto che la prescrizione delle rimesse solutorie decorre dal momento in cui le stesse sono attuate.

La Suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia in commento, è dunque tornata ad affrontare la questione della determinazione del dies a quo del termine di prescrizione dell’azione di ripetizione.

Sul punto assume rilievo la distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie proposta dalle Sezioni Unite della Cassazione con la nota sentenza n. 24418/2010: mentre le prime possono considerarsi pagamenti ai sensi e per gli effetti dell’art. 2033 c.c. con la conseguenza che la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito incomincia a decorrere dal momento in cui hanno avuto luogo, diversamente le provviste ripristinatorie, ampliando la facoltà di indebitamento del correntista, possono considerarsi pagamenti solo quando la Banca abbia ottenuto dal correntista il saldo finale, dopo la chiusura del rapporto di apertura di credito in conto corrente.

Pertanto la qualificazione delle rimesse quali solutorie è essenziale ai fini della determinazione del dies a quo del termine di prescrizione dell’azione di ripetizione. Come detto e come affermato dalle Sezioni Unite nel 2010 solo con riguardo alle rimesse solutorie la prescrizione decennale decorre dalla data della singola rimessa; viceversa, ove il correntista effettui versamenti a saldo di un conto passivo o nei limiti dell’accreditamento concesso dalla banca (rimesse ripristinatorie) il dies a quo coincide con la data di chiusura del conto.

La prima sezione della Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, pertanto – dopo aver ribadito tali principi – afferma che la Corte d’appello di Palermo avrebbe dovuto accertare la conclusione del contratto di apertura di credito e stabilire se le rimesse poste in essere dalla società eseguite più di dieci anni prima dall’atto interruttivo della prescrizione avessero avuto natura solutoria e, in tal caso, avrebbe dovuto dichiarale prescritte.

In conclusione poi il Supremo collegio si sofferma  sull’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, oppone l’eccezione di prescrizione al correntista richiamando la sentenza delle Sezioni Unite n. 15895/2019 con la quale è ricordato che “ “L’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da un apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, e la dichiarazione di volerne profittare, senza che sia anche necessaria l’indicazione di specifiche rimesse solutorie”.

Cass., Sez I, 23 dicembre 2020 n. 29411

Carlotta Gioli – c.gioli@lascalaw.com

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