Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Rilevabilità della nullità del c.d. “contratto quadro” e capacità testimoniale dei dipendenti della banca

Con una recente pronuncia la Corte di Legittimità è tornata ad esprimersi in merito alla nullità del c.d. contratto quadro e alla capacità dei dipendenti della banca di testimoniare nei giudizi attivati contro la stessa.

Nel caso in esame degli investitori agivano in giudizio per vedere accertato e dichiarato l’annullamento di alcuni ordini di acquisto di titoli obbligazionari Parmalat e, solo in appello, avanzavano domanda di nullità del c.d. “contratto quadro”, applicando il preteso principio per cui “basta dedurre l’invalidità del per difetto di forma degli ordini, perché si debba valutare se è stato redatto per iscritto il contratto generale”.

La Corte d’Appello, tuttavia, rigettava il gravame ritenendo la domanda inammissibile in quanto “nuova” e, dunque, preclusa.

La Corte di Cassazione, investita della questione, ha avuto modo di chiarire la vicenda prima di tutto sotto il profilo sostanziale deducendo che “Il motivo è infondato perché la nullità degli ordini di negoziazione non può riverberarsi sulla validità del contratto-quadro […] le attrici avevano dedotto soltanto la nullità dei “singoli contratti”, lamentando la violazione delle norme di diligenza professionale in relazione all’acquisto dei titoli Parmalat” e, in secondo luogo, processuale affermando che “[…] ove sia stata dedotta dall’investitore la nullità dei soli ordini di investimento, deve escludersi che il giudice, anche in sede di appello, possa rilevare d’ufficio la nullità del contratto quadro”, ciò in quanto “il principio della rilevabilità d’ufficio delle nullità va coordinato con quello di preclusione nelle allegazioni fattuali, posto che la rilevabilità stessa è subordinata alla circostanza che sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio”.

Nello specifico, con riferimento alla proponibilità in appello della domanda di nullità, la sentenza affermato il seguente principio: “[…] il rilievo officioso della nullità riguarda solo il contratto posto a fondamento della domanda e, quindi, i singoli contratti di investimento, dotati di una propria autonoma individualità rispetto al contratto quadro, sebbene con esso collegati; dall’altro, il principio del rilievo officioso della nullità va coordinato, nel giudizio di gravame, con quello del divieto di domande nuove, cosicché l’istanza, ivi formulata per la prima volta, di declaratoria della nullità non può essere esaminata, potendo solo convertirsi nella corrispondente eccezione: con la conseguenza che, nella specie, il giudice di appello non può dichiarare d’ufficio la nullità del contratto quadro, traducendosi tale pronuncia nell’inammissibile accoglimento di una domanda nuova”.

La Corte ha poi rigettato il ricorso anche in relazione alla pretesa incapacità dei dipendenti della banca di testimoniare, “perché secondo la giurisprudenza di legittimità – ribadita di recente – non importa incapacità a testimoniare (ex art. 246 cod. proc. civ.) per i dipendenti di una banca la circostanza che questa, evocata in giudizio da un cliente, potrebbe convenirli in garanzia nello stesso giudizio per essere responsabili dell’operazione che ha dato origine alla controversia”.

Si tratta di un principio ribadito da altri precedenti di legittimità, secondo cui l’eventualmente azione promossa nei confronti dei dipendenti: “[…] si fonda[no] su rapporti diversi ed i dipendenti hanno un interesse solo riflesso ad una determinata soluzione della causa principale, che non li legittima a partecipare al giudizio promosso dal cliente, in quanto l’esito di questo, di per sé, non è idoneo ad arrecare ad essi pregiudizio (Sez. l, Sentenza n. 8462 del 10/04/2014)”.

D’altro canto, anche il tema della contestata incapacità testimoniale del dipendente conseguente alla sua inattendibilità viene superata correttamente dalla Suprema Corte, dal momento che “la valutazione sull’attendibilità di un testimone ha ad oggetto il contenuto della dichiarazione resa e non può essere aprioristica e per categorie di soggetti, al fine di escluderne “ex ante” la capacità a testimoniare”.

Cass., Sez. I, 9 giugno 2016, n. 11876 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zilli c.zilli@lascalaw.com

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