Crisi e procedure concorsuali

Piano di riparto parziale e prededucibilità del credito

Cass., 2 ottobre 2015, n. 19715 (leggi la sentenza)

La Cassazione Civile, con la sentenza in epigrafe, si è pronunciata in merito alla decisione del Tribunale fallimentare sul reclamo avverso il decreto con il quale il Giudice delegato ha dichiarato l’esecutività di un piano di riparto parziale, che prevedeva il pagamento delle spese in prededuzione, ai sensi dell’articolo 111 n. 1 L.F., nonché l’indicazione delle quote da trattenere ai sensi dell’articolo 113 n. 4 L.F..

Nel caso di specie, la S.G.A. S.p.A., in qualità di creditrice ipotecaria ammessa al passivo del fallimento Beneventum S.p.A., proponeva reclamo avverso il decreto con cui il Giudice delegato aveva dichiarato l’esecutività del piano di riparto parziale predisposto dal Curatore a seguito della vendita dell’immobile ipotecato. In particolare, le contestazioni della società riguardavano da un lato, il quantum delle spese liquidate in prededuzione ai professionisti, non essendo stata fornita la prova né delle attività svolte, né dell’utilità che ne aveva tratto la massa; dall’altro, l’entità degli accantonamenti, eccessiva rispetto alle esigenze della procedura.

Il Tribunale di Roma rigettava il reclamo e la S.G.A. proponeva ricorso alla Suprema Corte.

All’esito del giudizio di legittimità, la Cassazione ha ritenuto che “l’indicazione delle quote da trattenere ai sensi dell’articolo 113 n. 4 L.F. si configura come un atto interno alla procedura che, in quanto inerente alla gestione del patrimonio fallimentare ed avente carattere ordinatorio, non incide sui diritti soggettivi delle parti e non è idoneo ad assumere portata definitiva, con la conseguenza che il decreto pronunciato dal tribunale fallimentare sul relativo reclamo non è impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’articolo 111 Cost.”.

Più in particolare, argomenta la Corte, le somme accantonate non risultano sottratte definitivamente al creditore ipotecario, il quale pertanto non ha interesse a contestarle, dal momento che la loro distribuzione viene soltanto rinviata alla ripartizione finale, nell’ambito della quale si procederà alla determinazione delle spese in vista delle quali ha avuto luogo l’accantonamento (cfr. Cass., Sez. I, 11 agosto 2010, n. 18618, 2 febbraio 2006, n. 2329, 22 dicembre 2000, n. 16153).

Per quanto concerne, invece, le spese da pagare in prededuzione, i Giudici hanno distinto l’ipotesi in cui la sussistenza e la prededucibilità del credito, non accertate in sede giurisdizionale, siano state disconosciute anche dal Giudice delegato con decreto di rigetto dell’istanza di pagamento emessa ai sensi dell’articolo 111, comma 2, L.F., dalla diversa ipotesi in cui il Giudice delegato abbia riconosciuto la prededucibilità del credito, disponendo il pagamento del relativo importo.

Solo in tale seconda ipotesi, il provvedimento del Giudice incide sui diritti soggettivi degli altri creditori, riducendo concretamente l’entità degli importi ad essi attribuibili, con la conseguenza che non può escludersi il loro interesse ad impugnarla con il reclamo, né l’ammissibilità del ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. avverso il decreto emesso dal tribunale fallimentare, trattandosi di un provvedimento avente carattere decisorio (cfr. Cass., Sez. I, 28 giugno 2002, n. 9490).

In conclusione, è possibile affermare che, in sede di ripartizione dell’attivo fallimentare, “l’oggetto della cognizione del Giudice delegato è limitato alle questioni riguardanti le graduazioni dei debiti e l’ammontare della somma distribuita, restando esclusa la proponibilità di ogni altra questione relativa a crediti e privilegi, riservata in via esclusiva al procedimento di formazione dello stato passivo”.

Con l’ulteriore conseguenza che il Giudice delegato non può disporre la distribuzione di somme prima che queste siano incluse nel piano di riparto dell’attivo fallimentare.

26 ottobre 2015

Davide Manzo – d.manzo@lascalaw.com

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