La rivincita del promissario acquirente

Riconoscimento della residenza? E’ rivoluzione!

La I Sezione Civile della Cassazione, con una recentissima ordinanza, ha letteralmente rivoluzionato la materia del riconoscimento della residenza nei Comuni italiani affermando l’essenzialità dell’abituale e volontaria dimora in un determinato luogo per un periodo prolungato apprezzabile oltre all’intenzione di abitarvi stabilmente, anche se la persona lavora o svolge altre attività fuori dal Comune di residenza.

All’origine della pronuncia il respingimento della richiesta di una cittadina italiana di ottenere la residenza nel Comune di Courmayeur motivata dall’assenza della donna nella propria abitazione in occasione dei diversi controlli effettuati dal personale addetto del Comune.

In contrasto con la decisione del Comune si pronunciava il Tribunale di Torino il quale, accogliendo le ragioni della donna, condannava l’amministrazione locale ad iscriverla immediatamente nelle proprie liste anagrafiche sulla base del principio secondo cui “esiste un diritto assoluto di ogni cittadino all’iscrizione nelle liste elettorali comunali a prescindere dal requisito della dimora abituale”.

Tale assunto non veniva tuttavia condiviso dai Giudici della Corte d’Appello i quali affermavano che “l’accertamento del diritto a fissare liberamente la propria residenza non può prescindere dalla verifica dell’esistenza del requisito della dimora abituale, richiesto dall’art. 19 dpr. 223/1989”.

Per dissipare la nebbia si è reso necessario l’intervento della Cassazione chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della condanna del Comune di Courmayeur ad iscrivere la donna nelle sue liste sul rilievo sollevato dal legale della stessa riguardante il fatto che i Giudici di secondo grado, avendo giustificato il diniego della residenza con l’accertata assenza della sua cliente dalla propria abitazione in occasione di cinque accessi, hanno erroneamente identificato la dimora abituale nel Comune prescelto per la propria residenza anagrafica con la presenza in casa, così del tutto travisando il significato della legge, che consente temporanei allontanamenti dal comune di dimora abituale.

La Suprema Corte prende le mosse da un’interessante analisi della società attuale caratterizzata da rapide possibilità di spostamento tra località, da possibilità di svolgimento dell’attività lavorativa in modalità smart-working e dall’esistenza di una pluralità di centri di interesse personali arrivando ad affermare che ad assumere rilevanza ai fini della individuazione della residenza, intesa come dimora abituale, sia la permanenza in un luogo per un periodo prolungato certamente non trascurabile, ma tale che non debba essere necessariamente prevalente sotto un profilo quantitativo, dovendo tale elemento coniugarsi con quello certamente non meno importante dell’intenzione di stabilirvisi stabilmente, rivelata dalle proprie abitudini di vita e dalle proprie relazioni familiari e sociali.

Collegandosi al caso di specie la Cassazione precisa altresì come tale assunto valga non soltanto ai fini della conservazione della residenza, ma anche quando una persona chieda di acquisire la residenza in un certo luogo per la prima volta, in quanto per determinare il momento in cui può ritenersi acquistata la residenza, non è necessario che la permanenza in loco si sia già protratta per un tempo più o meno lungo, ma è sufficiente accertare che la persona abbia fissato in quel posto la propria dimora con l’intenzione, desumibile da ogni elemento di prova anche con giudizio ex post, di stabilirvisi in modo non temporaneo.

Ma la Suprema Corte non si ferma qui ritenendo del tutto opportuno sottolineare l’importanza di opportune verifiche da parte dell’Ufficiale di anagrafe coadiuvato dalla Polizia Municipale volte ad evitare che la richiesta di residenza, soprattutto in località aventi una spiccata vocazione turistica, nasconda la volontà di accedere ad indebiti benefici economici fiscali. A tal fine sarà sufficiente verificare che il soggetto non si rechi nella località solo nei periodi dell’anno in cui può fruire delle proprie ferie o vacanze, o in cui il soggiorno si caratterizzi come più appetibile sotto il profilo climatico, ma vi torni abitualmente, in modo sistematico, una volta assolti gli impegni lavorativi o di studio. Quanto alle concrete modalità di espletamento delle verifiche i Giudici della Cassazione puntualizzano che queste non debbano aver luogo nei momenti della giornata in cui è presumibile che il richiedente la residenza possa essere assente dalla propria abitazione per motivi di lavoro o di studio e nei giorni in cui, in relazione a quella stessa tipologia di impegni, egli possa essere obiettivamente lontano dal luogo in cui ha deciso di fissare la propria dimora abituale. Di conseguenza, affinché siano contemperate, da un lato, l’esigenza del Comune di poter svolgere i propri controlli nel modo più idoneo e, dall’altro, quella del cittadino di poter attendere serenamente alle proprie occupazioni, è necessario che vi sia una leale collaborazione tra i due soggetti, caratterizzata dall’onere del richiedente la residenza di indicare, fornendone adeguata motivazione, i momenti in cui sarà certa la sua assenza dalla propria abitazione, in modo tale da consentire al Comune di programmare i propri controlli a sorpresa in quelli residui.

Tirando le fila, pertanto, la Suprema Corte fissa due principi di diritto ai quali dovrà attenersi la Corte d’Appello di Torino chiamata a riesaminare la richiesta di residenza presentata dalla donna: in primo luogo, “secondo la previsione dell’art. 43 cod. civ., la nozione di residenza di una persona è determinata dall’abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, che si caratterizza per la permanenza in tale luogo per un periodo prolungato apprezzabile, anche se non necessariamente prevalente sotto un profilo quantitativo e dall’intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali, familiari, affettive. Tale stabile permanenza sussiste anche quando una persona lavori o svolga altra attività fuori del Comune di residenza, purché torni presso la propria abitazione abitualmente, in modo sistematico, una volta assolti i propri impegni e sempre che mantenga ivi il centro delle proprie relazioni familiari e sociali”.

In secondo luogo, “la verifica della sussistenza del requisito della dimora abituale in capo a chi richiede l’iscrizione anagrafica in un comune, prevista dalla legge all’art. 19 DPR 223/1989, deve avvenire, da parte degli organi a ciò preposti, con modalità concrete che, pur non previamente concordate, si concilino con l’esigenza di ogni cittadino di poter attendere quotidianamente alle proprie occupazioni, in virtù del principio di leale collaborazione tra soggetto pubblico e privato”.

Riconoscimento di residenza sia allora, ma per i giusti motivi e con i giusti controlli!

Cass., Sez. I, Ord., 15 febbraio 2021, n. 3841

Simona Longoni – s.longoni@lascalaw.com

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