La rivincita del promissario acquirente

Riciclaggio: non sussiste sulla scorta del mero possesso ingiustificato di una somma di denaro

“Ai fini della legittimità del sequestro preventivo di cose che si assumono pertinenti al reato di riciclaggio di cui all’art. 648 bis c.p., pur non essendo necessario la specifica individuazione e l’accertamento del delitto presupposto, è tuttavia indispensabile che esso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti e scrutinati, almeno astrattamente configurabile e precisamente indicato, situazione non ravvisabile quando il giudice si limiti semplicemente a supporne l’esistenza, sulla sola base del carattere asseritamente sospetto delle operazioni relative ai beni e valori che si intendono sottoporre a sequestro”.

Il Tribunale in funzione di giudice del riesame, rigettava la richiesta dell’indagato volta a revocare il sequestro di una considerevole somma di denaro disposto dalla Polizia giudiziaria e convalidato dal Pubblico Ministero procedente con proprio decreto.

Proponeva ricorso in Cassazione il difensore degli indagati deducendo violazione dell’art. 253 c.p.p. e dell’art. 648 bis c.p. evidenziando come il Tribunale cautelare avesse omesso di considerare che la giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito che il mero possesso di una somma di danaro, in assenza di qualsivoglia riscontro investigativo circa l’esistenza del delitto presupposto, non può giustificare l’addebito di riciclaggio e anche con riguardo all’occultamento della somma si è evidenziata la necessità di precisi elementi fattuali che possano ricondurre la provenienza del denaro ad una determinata fattispecie di reato ovvero ad una evasione fiscale penalmente rilevante.

Secondo il Supremo Collegio il ricorso era da considerarsi fondato.

Le doglianze difensive erano, infatti, meritevoli di accoglimento in ragione delle mancate valutazioni operate dal Tribunale cautelare che non aveva nemmeno ipotizzato il reato presupposto del riciclaggio limitandosi a riscontrare la sussistenza del fumus nel rilievo di carattere meramente congetturale circa la plausibile derivazione illecita del danaro sequestrato, sulla base della quantità del contante, delle modalità di occultamento e delle condizioni soggettive dell’indagato.

Detta valutazione si scontra irrimediabilmente con il costante principio espresso dalla giurisprudenza di legittimità in base al quale “il mero possesso di una pur ingente somma di denaro non può giustificare ex se, in assenza di qualsiasi riscontro investigativo, l’addebito di riciclaggio senza che sia in alcun modo stata verificata l’esistenza di un delitto presupposto, anche delineato per sommi capi, attraverso, ad esempio, il riferimento all’esistenza di relazioni tra i ricorrenti ed ambienti criminali, ovvero la precedente commissione di fatti di reato dai quali possa attendibilmente essere derivata la provvista, o l’avvenuto compimento di operazioni di investimento comunque di natura illecita a qualsiasi titolo”.

Perché sia configurabile il delitto di riciclaggio, così come quello di ricettazione, non è necessaria una ricostruzione puntuale del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, ma l’organo giudicante è tenuto ad individuare  la tipologia di delitto all’origine del bene da sottoporre a vincolo, in quanto appunto di provenienza delittuosa. Non risulta, infatti, sufficiente il richiamo ad indici sintomatici privi di specificità in relazione alla derivazione della disponibilità oggetto di espropriazione e suscettibili esclusivamente di provare un mero ingiustificato possesso di danaro: è necessario che il delitto presupposto, se pure non giudizialmente accertato, sia specificato.

Nel caso di specie è del tutto mancante la motivazione relativa all’individuazione degli elementi di fatto in grado di rappresentare a quale delle condotte tipiche indicate dall’art. 648 bis c.p. sia riconducibile il comportamento tenuto dall’indagato così come accertato in sede di indagini, imponendosi l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.

 

Cass., Sez. II, 23.09.2020, n. 32112

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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