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Revocazione inammissibile, se il fatto è stato già giudicato

La sentenza della Corte di Cassazione non può essere oggetto di revocazione processuale, quando la richiesta sia fondata sul riesame della corretta qualificazione della responsabilità per cui si è chiesto il risarcimento, nonché sul riesame di una prova dirimente per accertare la responsabilità stessa, poiché questioni già affrontate nei gradi dei precedenti giudizi.

L’esito della lunga vicenda processuale, che qui si ripercorre, ha dato torto al cittadino accidentalmente inciampato in una piazza di Roma, che aveva addirittura proposto ricorso per la revisione della sentenza resa dalla Corte di Cassazione.

Il ricorso per la revocazione della sentenza, infatti, non può fondarsi su un presunto errore di valutazione, che deve costituire oggetto di ulteriore riesame.

Questo perché, innanzi tutto, l’errore revocatorio consiste in un errore meramente percettivo, che deverisultare in modo chiaro, obiettivo e incontrovertibile dagli atti, senza richiedere lo sviluppo di argomentazioni induttive o indagini.

Un fatto erroneamente percepito come inesistente e sul quale il giudice abbia fondato l’intera ricostruzione della situazione processuale, che nella realtà è stato invece acquisito come esistente (e viceversa) (cfr. Cass. Sez. U. 30/10/2008 n. 26022; Cass. 5/03/2015 n. 4456).

Tanto più, non può essere ammessa la revisione processuale che si fondi sul presunto mancato esame di una questione, in realtà provata con i testimoni e posta a fondamento delle precedenti decisioni impugnate.

LA SENTENZA DI PRIMO GRADO

In primo grado, il cittadino P.M. aveva proposto domanda di risarcimento dei danni subiti, contro il Comune di Roma, poiché era inciampato e caduto mentre percorreva a piedi il centro storico della città, a causa del manto stradale sconnesso, aggravato dall’avvallamento del suolo e dalla scarsa illuminazione in quel punto.

Il Tribunale, con sentenza del 2010, aveva rigettato la domanda, qualificandola come ipotesi di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2043 c.c., poiché ritenuta inammissibile e poiché ritenuto che il fatto lesivo si fosse verificato per il comportamento distratto ed incauto della vittima.

  1. IL RICORSO IN APPELLO

Non soddisfatto della decisione resa dal Tribunale, il cittadino P.M. aveva allora proposto ricorso in appello, ritenendo che la fattispecie dovesse invece essere ricondotta ad un’ipotesi di responsabilità per danno cagionato da cosa in custodia, ai senti dell’art. 2051 c.c.

Come secondo motivo di ricorso, inoltre, aveva chiesto che fosse provato il cattivo stato di manutenzione della strada e quindi che fosse accertata la responsabilità del Comune.

La Corte d’Appello, però, aveva dichiarato inammissibile il ricorso presentato, quanto al primo motivo, ritenendo trattarsi di domanda nuova, implicante nuovi e diversi accertamenti di fatto, non ammessi in questa sede di riesame.

Quanto al secondo motivo, la Corte ha confermato che la buca di cui aveva parlato la vittima fosse in realtà un avvallamento della pavimentazione, resa visibile per mezzo dell’illuminazione proveniente dalle vetrine dei negozi. Tra l’altro, l’appellante aveva già attraversato la piazza poco prima e, quindi, avrebbe potuto e dovuto, con l’uso di maggiore diligenza, avvedersi dell’irregolarità della pavimentazione tipica.

IL RICORSO IN CASSAZIONE

Il cittadino P.M. decideva di proporre ricorso in cassazione per contestare la sentenza di secondo grado.

Eppure, anche la Corte di Cassazione, con sentenza n. 31239 del 4/12/2018, dichiarava inammissibile il ricorso proposto dal soccombente P.M.:

  1. Quanto al primo motivo, secondo il soccombente P.M., lamentava che la Corte d’Appello avrebbe dovuto ricondurre l’ipotesi di responsabilità all’art. 2051 c.c. (e non al 2043 c.c.).

La Corte di Cassazione, però, ha confermato che trattasi di un motivo inammissibile.

In ogni caso, quale secondo ma autonoma e consentita ratio decidendi, la Corte d’Appello aveva ritenuto tale punto infondato: ratio non specificatamente impugnata in cassazione e tale dunque da rendere “irrilevante lo scrutinio dei motivi riferiti all’altra”.

 

  1. Quanto al secondo motivo, il ricorrente rimproverava alla Corte d’Appello di non aver esaminato la questione dello stato malfermo dei sampietrini.

La Cassazione ha, però, dichiarato l’inammissibilità di tale motivo:

  • Non è consentito eccepire il vizio di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.), in presenza di una “doppia conforme”.
  • Non è censurabile, in tale sede di legittimità, la contestazione di merito basata sull’irrilevanza delle prove testimoniali dedotte.
  • In realtà, la Corte d’Appello aveva preso in esame lo stato della pavimentazione della piazza, tanto che sul punto erano pure stati sentiti dei testimoni.

LA RICHIESTA DI REVOCAZIONE DELLA SENTENZA DI LEGITTIMITA’

Anche in sede di revocazione, è stato confermato che legittimamente la Corte d’Appello aveva scelto di fondare la propria decisione su un’ulteriore ed autonoma ratio decidendi, ritenendo che quand’anche la domanda del ricorrente P.M. fosse stata fondata sull’art. 2051 c.c., essa non sarebbe stata accolta.

Tale ipotetico errore di valutazione, però, non può essere oggetto di ulteriore riesame, poiché l’errore revocatorio si configura nell’ipotesi in cui la Corte sia incorsa in un errore meramente percettivo, che risulti in modo incontrovertibile dagli atti, con carattere di obiettività ed evidenza, tale da non richiedere lo sviluppo di argomentazioni induttive o indagini.

Un errore che abbia indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale su un fatto ritenuto inesistente, che nella realtà del processo è stato invece acquisito come esistente (e viceversa) (cfr. Cass. Sez. U. 30/10/2008 n. 26022; Cass. 5/03/2015 n. 4456).

Anche il secondo motivo del ricorso per la revocazione della sentenza è stato dichiarato inammissibile.

Esso non si fonda sulla questione centrale affrontata dai giudici: la questione dei sampietrini era, in realtà, stata affrontata dalla corte territoriale e risolta attraverso l’insindacabile valutazione delle prove che erano state raccolte. Per tale motivo, manca di decisività tale presunto errore lamentato dal ricorrente.

Il ricorso del cittadino P.M., pertanto, è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali a favore del Comune.

Barbara Maltese  – b.maltese @lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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