Crisi e procedure concorsuali

Revocatoria: va considerato il valore del patrimonio immobiliare residuo

Cass., 29 giugno 2012, Sez. III, n. 10848

Massima: “Deve essere annullata la revocatoria fallimentare che dichiara inefficace il conferimento di due immobili in un fondo patrimoniale da parte del futuro fallito e del coniuge laddove irredimibile è l’errore in cui cade il giudice ritenendo da una parte configurabile in re ipsa il pregiudizio derivante dalla costituzione di un atto a titolo gratuito qual è la creazione di un fondo patrimoniale e, dall’altro, limitandosi a considerare il valore dei beni oggetto di quel conferimento, qualificandolo astrattamente in termini di ‘rilevanza’, in quanto ‘cospicua parte del compendio immobiliare’, senza tuttavia considerarne il relativo valore, dovendosi invece ritenere assolto l’onere probatorio gravante sul convenuto in revocatoria, il quale è tenuto a dimostrare l’insussistenza degli elementi costitutivi dell’actio pauliana, come ad esempio l’evento di danno, ove egli fin dall’inizio del procedimento di merito abbia fondatamente rappresentato la questione del valore del residuo patrimonio immobiliare”. (leggi la sentenza per esteso)

Una Banca conveniva in giudizio due coniugi suoi debitori, i quali poco prima della richiesta di ingiunzione da parte dell’Istituto di credito avevano costituito un fondo patrimoniale avente ad oggetto due immobili che, per il loro valore, rappresentavano la parte più cospicua dell’intero patrimonio dei condebitori.

Il Giudice di primo grado aveva dichiarato improcedibile la domanda di revoca dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale avanzata dalla Banca, atteso il successivo fallimento di entrambi i coniugi e la vis trahens del fallimento rispetto all’azione esercitata dalla Banca.

La Corte d’Appello invece aveva riformato la sentenza di primo grado, dichiarando l’inefficacia relativa dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale.

Avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello, i coniugi promuovevano ricorso per cassazione.

Com’è noto, uno dei presupposti per l’accoglimento della domanda revocatoria è il pregiudizio arrecato dall’atto dispositivo al creditore (c.d. eventus damni).

Per costante giurisprudenza l’eventus damni ricorre non solo quando l’atto di disposizione determina la perdita della garanzia patrimoniale per il creditore, ma anche quando tale atto comporta una maggiore difficoltà ed incertezza nella esazione coattiva del credito (cfr., ex plurimis, Cass. Civ., Sez. II, 27.10.2004 n. 20183).

Spetta al convenuto provare l’insussistenza del predetto rischio in ragione di ampie residualità patrimoniali (cfr., ex plurimis, Cass. Civ. Sez. III, 14.10.2005 n. 19963).

Nella fattispecie, come evidenziato dalla Suprema Corte, i coniugi, sin dall’inizio della causa, hanno dimostrato che il valore del patrimonio immobiliare residuato dopo la costituzione del fondo era sufficiente a soddisfare integralmente le ragioni creditorie della Banca attrice (circostanza questa peraltro confermata dalla CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado).

Avendo quindi i coniugi assolto l’onere probatorio posto a loro carico in ordine all’insussistenza nella specie dell’eventus damni, la Corte di legittimità ha cassato con rinvio la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Palermo, che ha commesso un duplice, e irredimibile, errore: aver ritenuto un pregiudizio in re ipsa la costituzione di un fondo patrimoniale ed aver considerato unicamente il valore “rilevante” dei beni conferiti nel fondo, trascurando invece quello dei beni residui.

(Francesca Fumagalli – f.fumagalli@lascalaw.com)

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