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Revocatoria e rimesse in conto corrente, il criterio della consistenza e durevolezza

Ai fini della revocabilità, per come disciplinata a seguito dell’intervento del d.l. 35/2005, convertito in l. 80/2005, dall’art. 67, comma 3, lett. b, l.f., è irrilevante che la rimessa posta in essere dal correntista fallito sia da qualificare ripristinatoria o solutoria e cioè che afferisca a conto passivo o a conto scoperto, giacché quel che rileva è unicamente la consistenza e durevolezza degli effetti estintivi dell’esposizione debitoria. Tuttavia, il criterio del massimo scoperto previsto dall’art. 70 comma 3, l.f. non esime l’autorità giudiziaria dal prendere in esame le operazioni incidenti sul conto a seguito della rimessa di cui viene domandata la revoca: e ciò al fine di apprezzare la durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria dipendente da essa, pervenendo così all’individuazione della somma effettivamente oggetto di revocatoria.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso proposto da un Istituto di credito avverso la sentenza con cui la Corte d’appello di L’Aquila, in parziale accoglimento dell’azione revocatoria ex art. 67, comma 3, lettera b, l.f. proposta dalla Curatela di un Fallimento in relazione a una rimessa in conto corrente, aveva condannato la Banca alla restituzione della differenza tra il massimo saldo passivo del conto corrente della società nei sei mesi anteriori al fallimento e il saldo finale alla data di dichiarazione del fallimento.

La Banca istante, con sette motivi di ricorso, denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 67 e 70 l.f., in quanto la decisione impugnata aveva ritenuto irrilevante la natura ripristinatoria o solutoria del versamento contestato, trascurando così di considerare che il conto corrente era assistito da un’apertura di credito. Inoltre, la Corte di merito aveva determinato la somma oggetto di revocatoria sulla base della semplice differenza aritmetica tra massimo scoperto e saldo finale del conto corrente alla data di apertura del fallimento, senza prendere in esame le singole operazioni e le loro causali, giungendo in tal modo a includere nella pronuncia di revocatoria anche importi versati da soggetti terzi.

I giudici di legittimità hanno sottolineato come il legislatore, con la riforma della legge fallimentare introdotta con d.l. 35/2005, convertito in l. 80/2005, abbia inteso porre fine al dibattito, originato dai numerosi interventi giurisprudenziali sul punto, circa la rilevanza della natura solutoria o ripristinatoria delle rimesse in conto corrente ai fini dell’esercizio dell’azione revocatoria. La nuova disciplina della revocatoria fallimentare, infatti, ha inteso risolvere le criticità interpretative e i contrasti giurisprudenziali in tema di rimesse bancarie con un sistema che, prescindendo dalla finalità ripristinatoria o solutoria dei versamenti contestati, è modellato sul nuovo criterio della natura consistente e durevole della rimessa stessa. Ne deriva che la nuova formulazione dell’art. 67, comma 3, lett. b, prevedendo che l’esenzione dalla revocatoria non operi allorquando la rimessa riduca durevolmente (oltre che in maniera consistente) l’esposizione debitoria del correntista, sposta il fuoco della disciplina dal lato formale dell’essere il versamento affluito o meno su un conto corrente affidato (e dall’aver determinato o meno uno sconfinamento del correntista) a quello, sostanziale, del verificarsi o meno di una successiva neutralizzazione degli effetti della rimessa, in conseguenza di nuove operazioni a debito dello stesso cliente (quali, ad esempio, prelievi o bonifici a favore di terzi).

L’esercizio dell’azione revocatoria, dunque, trova un limite nella necessità di apprezzare gli effetti nel tempo della rimessa operata dal fallito, poiché, qualora tali effetti non siano durevoli, essendo stati vanificati da successive operazioni di segno negativo, la revocabilità della rimessa dovrà essere esclusa.

La Corte, nel ritenere fondati i successivi motivi di ricorso, ha tuttavia rilevato che il giudice distrettuale ha errato nel non prendere in considerazione le operazioni poste in essere dal correntista che si potessero considerare riutilizzi della somma versata, reputando che dovesse darsi rilievo al solo dato della differenza tra la massima esposizione debitoria raggiunta dalla società e l’ammontare residuo della pretesa creditoria alla data di apertura della procedura concorsuale, secondo il criterio del massimo scoperto previsto dall’art. 70, comma 3, l.f.. Tale dato aritmetico, infatti, non è necessariamente indicativo dell’importo che va revocato, perché può essere influenzato da accrediti diversi dalle rimesse individuate ai sensi dell’art. 67, comma 2, lett. b. Il criterio del massimo scoperto, di cui ha fatto applicazione la Corte di appello, non esimeva pertanto la stessa dal prendere in esame le operazioni incidenti sul conto a seguito della rimessa di cui era stata domandata la revoca: e ciò al fine di apprezzare la durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria dipendente da essa, pervenendo così all’individuazione della somma oggetto di revocatoria. Ciò in quanto, ad avviso della Corte, è di tutta evidenza che l’adozione del criterio di massimo scoperto funge da limite oggettivo all’obbligo di restituzione, mentre non può mai portare alla quantificazione di una prestazione restitutoria eccedente l’effettivo importo delle rimesse revocabili, vale a dire delle rimesse che abbiano ridotto in maniera consistente e durevole il saldo a debito del correntista.

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della Banca, cassando la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinviando la causa alla Corte d’Appello di L’Aquila per una nuova decisione.

Cass., Sez. I Civ., 9 gennaio 2019, n. 277

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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