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Revoca e risoluzione del concordato preventivo in comparison

Un’opportunità di chiarezza circa le differenze intercorrenti tra due istituti giuridici: la revoca dell’ammissione al concordato preventivo, da un lato, e la risoluzione dello stesso, dall’altro.

A prescindere dal fatto che i due istituti – in toto differenti – sono disciplinati da due distinti articoli della Legge Fallimentare, la Corte si preoccupa di individuare le differenze sostanziali degli stessi e, di conseguenza, ne fa discendere l’inammissibilità di una statuizione che dichiari contestualmente la revoca e la risoluzione della procedura concordataria.

La fattispecie in esame trae origine da una sentenza resa dal Tribunale di Como (n. 43/2018), successivamente confermata dalla Corte di Appello di Milano, all’interno della quale sono state al tempo stesso dichiarate la risoluzione ex art. 186 l.f. e la revoca dell’ammissione alla procedura concordataria ai sensi e per gli effetti dell’art. 173 l.f.

La ricostruzione della vicenda operata dalla Suprema Corte ha preliminarmente preso in esame l’inammissibilità giuridico-logica di una sentenza di tale tenore.

Invero, le condizioni necessarie perché possa essere dichiarata la revoca dell’ammissione al concordato preventivo sono ben diverse da quelle che potrebbero legittimarne la risoluzione.

Le prime consistono nel venir meno dei presupposti che – ai sensi degli artt. 160-163 l.f. – avevano consentito l’accesso alla procedura concordataria. Invero, l’art. 173 l.f. mira anche a sanzionare con la revoca dell’ammissione al concordato il debitore che abbia, tra gli altri, compiuto atti fraudolenti, quali, a mero titolo esemplificativo, l’occultazione e/o dissimulazione di parte dell’attivo ovvero l’esposizione di passività inesistenti. Il procedimento di revoca, che si apre d’ufficio in seguito alla segnalazione effettuata dal commissario giudiziale, culmina con l’emissione del decreto che – su istanza di un creditore o del pubblico ministero e verificati i presupposti di cui agli artt. 1 e 5 l.f. – può contestualmente dichiararne il fallimento. La revoca, quindi, in un’ottica sanzionatoria, fa venir meno i requisiti di accesso alla procedura e, sussistendone i presupposti, può comportare il fallimento del debitore.

Per quanto attiene, invece, alla risoluzione del concordato, l’art. 186 l.f. individua quale condizione necessaria la configurabilità di un inadempimento di non scarsa importanza al piano concordatario, originariamente proposto e omologato con decreto.

Come osservato dalla Corte, poi, le differenze tra i due istituti possono essere facilmente rinvenute nella fase procedurale in cui possono essere dichiarate. Aspetto, quest’ultimo, che mette in luce e conferma l’inammissibilità di una pronuncia che contempli entrambi al tempo stesso.

All’interno del Titolo III (dedicato al concordato preventivo e agli accordi di ristrutturazione), la revoca dell’ammissione al concordato è inquadrata al capo III, il quale si occupa di disciplinare quelli che vengono definiti i “provvedimenti immediati” in seguito all’ammissione del debitore alla procedura. Come si può notare, si tratta di una fase in cui è stata dichiarata l’ammissione al concordato, ma non è ancora stata dichiarata l’omologa del piano.

La risoluzione, invece, è collocata all’interno del capo VI, dedicato all’esecuzione, alla risoluzione e all’annullamento del concordato preventivo. Dalla collocazione della norma si può facilmente comprendere che la risoluzione può essere dichiarata solamente in presenza di un concordato omologato ed efficace e che essa attiene alla fase esecutiva (o meglio, post esecutiva) della procedura, dal momento che è possibile instare per la risoluzione entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento concordatario. A ben vedere, quindi, si tratta di una fase in cui – in mancanza di un inadempimento – il piano concordatario sarebbe stato adempiuto.

Stanti le rilevanti differenze evidenziate dalla Corte nel proprio excursus tanto logico quanto giuridico, quest’ultima – in accoglimento parziale del ricorso – ha deciso per l’annullamento della sentenza resa dal Tribunale lariano, in parte qua – già accertati i presupposti per la risoluzione ex art. 186 l.f. – ha statuito anche la revoca dell’ammissione al concordato.

Davanti all’affermazione della Corte di Appello di Milano, la quale ha ritenuto irrilevante soffermarsi “su eventuali imperfezioni formali (o puramente linguistiche) costituite dalla revoca di un concordato per il quale immediatamente prima, nello stesso provvedimento, era stata dichiarata la risoluzione”, la Cassazione ha fatto il punto della situazione, rilevando che non si tratta di “imperfezioni formali (o puramente linguistiche)”; bensì di errori che, ancor prima che giuridici, sono logici.

Cass., Sez. VI, 14 settembre 2020, n. 19007

Linda Frisoni Bianchi – l.frisoni@lascalaw.com

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