Crisi e procedure concorsuali

Resta in giudizio la societa’ cancellata dal registro delle imprese ed estinta

Cass., 13 settembre 2013, Sez. I, n. 21026  (leggi la sentenza per esteso)

La Corte d’Appello di Napoli, con pronuncia del 3 aprile 2012, ha dichiarato inammissibile il reclamo avverso la sentenza dichiarativa del fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione, proposto dal liquidatore in carica al momento della cancellazione della stessa dal registro delle imprese.

Tra i motivi posti a fondamento della declaratoria di inammissibilità, la Corte d’ Appello di Napoli, rilevato che la società fallita era stata cancellata dal registro delle imprese, ha dedotto, in primo luogo, che, ai sensi dell’art. 2495 c.c., il liquidatore in carica al momento della cancellazione, così come gli eventuali suoi predecessori, è legittimato ad intervenire in nome proprio nel procedimento pre – fallimentare promosso nei confronti della società e, ad impugnare, sempre in nome proprio, la sentenza dichiarativa di fallimento. In secondo luogo, la Corte ha osservato come si debba escludere che l’ultimo liquidatore di una società cancellata sia munito di poteri di intervento ed impugnazione, quale legale rappresentante, poiché un ente giuridicamente estinto non può stare in giudizio o, comunque, avere propri rappresentanti organici, volontari o legali, che lo rappresentino  in giudizio così come in qualsiasi altro rapporto giuridico.

In particolare, tale ultima argomentazione muove dall’assunto che la formulazione dell’art. 2495 c.c., come modificato dalla riforma approvata con D. Lgs.vo  n. 6/2003, non consente di ipotizzare che una società cancellata dal registro delle imprese possa rimanere in vita soltanto ai fini dell’eventuale dichiarazione del suo fallimento poiché, sul punto, la riforma ha inteso reagire all’orientamento giurisprudenziale che collegava l’estinzione delle società di capitali all’estinzione di tutti i rapporti giuridici che ad esse facevano capo (cfr. art. 4 del Decreto Legislativo n. 6 del 2003). D’altro canto, la Corte ha osservato, altresì, come la sopravvivenza della società, per un periodo indeterminabile legato alla durata del procedimento pre – fallimentare e dell’eventuale successivo giudizio di impugnazione della dichiarazione di fallimento, comporterebbe l’inammissibilità sia del potere dei soci di sostituire il liquidatore  sia l’obbligo della società di pagarne il consenso.

Avverso la su indicata pronuncia di inammissibilità il liquidatore della società ha proposto ricorso avanti la Suprema Corte, la quale si è espressa in merito con la sentenza n. 21026/13, emessa dalla Prima Sezione Civile lo scorso 13 settembre. I Supremi Giudici, in accoglimento dei primi tre motivi del ricorso, hanno cassato la sentenza rinviando per le spese del giudizio alla Corte d’Appello di Napoli  in diversa composizione.

Tra i motivi accolti dalla pronuncia del Supremo Collegio assume particolare rilevanza il terzo, afferente la deduzione secondo cui la formulazione dell’art. 2495 c.c., come modificato dalla riforma approvata con D. Lgs.vo n. 6/2003, non consentirebbe di ipotizzare che una società cancellata dal registro delle imprese rimanga in vita soltanto ai fini dell’eventuale dichiarazione del suo fallimento.  Le motivazioni poste a fondamento dell’accoglimento di detto motivo sono state formulate ed argomentate  alla luce dei principi sanciti dalla sentenza n. 6070 del 2013.

Ebbene, i Giudici della Suprema Corte, Sezioni Unite, con sentenza del 12 marzo 2013 n. 6070,  hanno statuito come la possibilità, espressamente contemplata dall’art. 10 L.F., che una società sia dichiarata fallita entro l’anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese comporta, necessariamente, che tanto il procedimento per dichiarazione di fallimento, quanto le eventuali successive fasi impugnatorie continuino a svolgersi nei confronti di essa, ad onta della sua cancellazione dal registro. Del resto, anche nel corso della conseguente procedura concorsuale la posizione processuale del fallito è sempre impersonata dalla società e da chi legalmente la rappresentava (si veda sull’argomento Cass. Civ., 5 novembre 2010, n. 22547) .

I Supremi Giudici delle Sezioni Unite, nell’argomentare suddetto principio di diritto,  hanno precisato, recisamente, che la società estinta a seguito di cancellazione dal registro delle imprese mantiene, in virtù della fictio iuris postulata dall’art. 10 L.F., la capacità di stare in giudizio, tanto nel procedimento per la dichiarazione di fallimento e nelle eventuali successive fasi impugnatorie, quanto nell’ eventuale conseguente procedura concorsuale (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 12 marzo 2013, n. 6070).

In conclusione, alla luce dei principi sanciti dalla sentenza n. 21026, emessa in data 13 settembre  2013 dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, è lecito affermare che la società cancellata dal registro delle imprese ed estinta mantiene, per una fictio iuris, la capacità di stare in giudizio sia nel procedimento per la declaratoria di fallimento, che nelle eventuali successive fasi impugnatorie.

(Alessandro Francesco Molino – a.molino@lascalaw.com)

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