La responsabilità professionale dell’avvocato ed il confine della causalità

La responsabilità professionale dell’avvocato e il confine della causalità

Nella recente pronuncia in commento n. 25778, depositata il 14 ottobre, la Corte di Cassazione affronta l’attuale tema della responsabilità professionale dell’avvocato.

Il cliente di un avvocato (domiciliatario) conveniva in giudizio quest’ultimo, assumendo una responsabilità professionale per avere quest’ultimo omesso di avvisare il dominus della causa del contenuto dell’ordinanza di ammissione prove testimoniali resa fuori udienza; tale prova non era stata assunta e la pretesa della cliente respinta.
Il giudice di primo grado accoglieva la domanda di risarcimento promossa dalla cliente contro il professionista, sul presupposto che le prove orali, ove assunte, avrebbero consentito un esito diverso e favorevole alla lite.
Di contrario avviso la Corte d’Appello adita dal professionista, che ha accolto l’impugnazione ritenendo non provato il nesso di causa tra negligenza ed esito della lite.
La Corte di Cassazione, a cui si è rivolta la cliente, ha confermato la sentenza di secondo grado ed ha rigettato il ricorso.

Il punto più interessante di tale decisione è certamente quello relativo al tema, assai dibattuto, del nesso di causa: “l’efficienza causale può ritenersi provata quando e se risulti (più) probabile che, sostituita l’azione nella realtà compiuta (oppure omessa) con quella doverosa, l’evento non si sarebbe verificato”.  La Corte rigetta il ricorso poiché, se anche nel caso di specie si fosse assunta la prova orale dedotta dalla cliente, detta prova orale sarebbe risultata ininfluente e non avrebbe inciso sulla valutazione effettuata dal giudice, il quale aveva basato la sua decisione solo sui documenti in atti.

In sostanza, senza discostarsi dall’orientamento maggioritario (secondo cui non basta provare l’errore, ma occorre che questo sia in nesso di causa con l’evento), la Cassazione precisa che “il giudice di merito deve evitare di attribuire al nesso causale la probabilità che è propria della chance; l’indagine prognostica sul nesso di causa tra evento e condotta va effettuata sul tipo della domanda proposta dalla parte nel giudizio iniziale”.

In caso di negligenza del difensore occorre comunque valutare il nesso con l’esito della lite, nel senso di accertare se, assunte le prove, la condotta alternativa lecita avrebbe o meno comportato un esito diverso (nel caso di specie, favorevole alla cliente). Ciò per una semplice ragione: il professionista, come noto, non può garantire l’esito comunque favorevole auspicato al cliente. Pertanto, il danno derivante da eventuali sue omissioni è ravvisabile in quanto, sulla base di criteri probabilistici, sia accertato che, senza quella omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

Tale regola, se male interpretata, rischierebbe di trasformare la responsabilità dell’avvocato da obbligazioni di mezzi in obbligazione di risultato.

Cass., Sez. III Civ., 14 ottobre 2019, ordinanza n. 25778

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

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