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Responsabilità dell’appaltatore: criteri per determinare il risarcimento del danno

La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla questione della responsabilità dell’appaltatore per difformità e vizi dell’opera, ponendo in particolare alcuni criteri per la corretta quantificazione del danno risarcibile ex art. 1668 c.c..

La controversia in oggetto era stata promossa da un condominio nei confronti di una ditta appaltatrice, alla quale erano contestati vizi nella realizzazione dei lavori oggetto della pattuizione. Con il ricorso in Cassazione, nello specifico, si contestava la decisione della Corte d’Appello nella parte in cui riduceva l’importo del risarcimento comminato a favore del condominio.

Il risarcimento del danno, infatti, figura tra i rimedi esperibili ai sensi dell’art. 1668, primo comma, c.c. ma esclusivamente nell’ipotesi di colpa dell’appaltatore.

Tali rimedi, come affermato in più occasioni dalla Corte, devono essere tali da porre il committente in condizione di conseguire la medesima utilità economica che avrebbe ottenuto se l’inadempimento dell’appaltatore non si fosse verificato. Il risarcimento, dunque, da un lato deve corrispondere al «quantum necessario per l’eliminazione dei vizi e delle difformità», ma dall’altro «non può tradursi nell’acquisizione di un’utilità economica eccedente».

Con la sentenza del 21 settembre, la Suprema Corte ha puntualizzato che il risarcimento a favore del committente deve necessariamente comprendere anche i costi per le attività riparatorie e successive ulteriori per il rifacimento delle parti danneggiate.

La sentenza d’appello, difatti, è stata cassata proprio nella parte in cui determinava il quantum del risarcimento senza tener conto della inevitabile differenza tra i costi per la costruzione dell’opera appaltata ed i costi per il rifacimento di quest’ultima, inevitabilmente superiori poiché comprensivi delle suddette attività preparatorie e successive.

Cass, Sez. II, 21 settembre 2016, n. 18522 (leggi la sentenza)

Gennaro Paone – g.paone@lascalaw.com

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