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La responsabilità del professionista e la regola del “più probabile che non”

Come sempre in materia di responsabilità civile, anche nelle ipotesi di responsabilità del professionista per asserita condotta omissiva, vige, quale criterio probatorio per l’accertamento del nesso causale, la regola del “più probabile che non”.

Sul tema, ancora una volta, è intervenuta la Cassazione Civile con l’ordinanza n. 27720/18 del 30 ottobre scorso.

Nel caso di specie, la questione aveva avuto origine dall’opposizione a decreto ingiuntivo promossa da una società contro il decreto monitorio ottenuto dal proprio avvocato per il pagamento di prestazioni professionali. Nello specifico, l’opponente aveva contestato che tali somme non fossero dovute per l’evidente negligenza manifestata dal professionista nello svolgimento dell’incarico, da cui erano conseguiti, oltretutto, gravi danni per la società, di cui la stessa pretendeva il risarcimento in via riconvenzionale.

In primo grado, il Tribunale accoglieva la tesi dell’opponente, revocando il decreto ingiuntivo e condannando il professionista al pagamento dei danni lamentati, in via riconvenzionale, dalla cliente.

La condanna veniva solo parzialmente ridotta in secondo grado, sul presupposto che, contrariamente a quanto affermato dalla società, alcune delle attività professionali per cui era stato riconosciuto il risarcimento fossero parzialmente diverse da quelle oggetto della domanda di risarcimento, pur restando ferme, per le restanti, la relativa incombenza risarcitoria.

Avverso tale sentenza, il professionista ricorreva in cassazione.

In particolare, l’avvocato si doleva del fatto che la Corte d’Appello, nonostante la danneggiata non avesse fornito alcuna prova sulla ragionevole probabilità di accoglimento delle azioni intentate, per conto della cliente, dal professionista, nei confronti delle proprie controparti, avesse in ogni caso condannato quest’ultimo ad un risarcimento “integrale”, ossia commisurato agli stessi identici importi che la cliente avrebbe ottenuto dalle controparti se le azioni avessero effettivamente trovato accoglimento. Al contrario, secondo il ricorrente, anche nell’ipotesi in cui la danneggiata fosse riuscita a dimostrare la probabilità di successo di tali azioni, il danno non avrebbe comunque dovuto essere commisurato, nel suo complesso, al bene che la stessa auspicava di conseguire, bensì, secondo le normali regole vigenti in tema di “perdita di chance”, ad una mera porzione di esso.

La Cassazione, sulla scorta del principio che segue, ha diversamente rigettato il ricorso.

Richiamandosi a numerosi propri precedenti, la Suprema Corte ha ribadito che, anche nei casi di responsabilità professionale per condotta omissiva, il criterio vigente per l’accertamento del nesso causale è quello della “preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, a differenza che nel processo penale, ove vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”.

Pertanto, una volta che il giudice abbia accertato l’omissione di un’attività dovuta sulla base delle regole della professione praticata, nonché l’esistenza di un danno che probabilmente ne è stata la conseguenza, quest’ultimo,”in assenza di fattori alternativi, che tale omissione abbia avuto efficacia causale diretta nella determinazione del danno”, può tranquillamente arrivare a condannare professionista, in termini quantitativi, anche al risarcimento dell’intera somma che la cliente avrebbe conseguito dalle controparti se le azioni avessero trovato accoglimento.

In altri termini, secondo la Cassazione, l’accertamento del nesso causale si estende, con i medesimi criteri probabilistici, sia all’an che al quantum delle conseguenze dannose risarcibili sul piano della causalità giuridica, e quindi al mancato vantaggio, anche integrale, che la cliente avrebbe conseguito ove l’attività professionale fosse stata svolta con la dovuta diligenza. Questo sul presupposto che un danno del genere, date le circostanze, non potrà mai essere provato con una prova rigorosa e certa, essendo questa incompatibile con la natura di un accertamento, che rimane, pur sempre, necessariamente ipotetico, in quanto riferito ad un evento non verificatosi, per l’appunto, proprio a causa di una omissione.

Cass., Sez. VI – 3 Civ., 30 ottobre 2018, ordinanza n. 27720

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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