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Remote working: un nuovo patto per il lavoro tra aziende e lavoratori all’insegna della fiducia

Secondo articolo della mini-serie “Lo smat working è già il futuro“, in cui analizziamo le nuove modalità di lavoro e proviamo a delineare prospettive, esigenze e nuove condizioni di lavoro. Clicca qui per leggere la prima parte.

Sabato 6 marzo 2021 una notizia viene trasmessa da tutte le agenzie e ripresa dai telegiornali: nella ridente località valdostana di Courmayeur, ai piedi del Monte Bianco, è nato il Manifesto dello smart-working etico, un nuovo modello turistico per bilanciare attività lavorativa e uno stile di vita antistress.

È dunque evidente quanto il tema dello smart working, nella sua accezione di lavoro da remoto, sia attuale ed anzi stia diventando un tema di dibattito sul quale imprenditori e giuristi saranno chiamati a confrontarsi.

Perché oggi si parla tanto di smart working?

Durante i mesi di lockdown un elevato numero di persone si è trovato a sperimentare, in molti casi per la prima volta, una modalità di lavoro del tutto nuova: con il remote working l’abitazione del lavoratore ha assunto i connotati di postazione d’ufficio, divenendo un luogo di lavoro “diffuso”.

Ma non sono stati rari i casi di persone le quali, avendo previsto l’imminente blocco degli spostamenti, hanno rapidamente fatto le valigie e sono ritornati ai loro paesi d’origine, da dove hanno potuto portare avanti il proprio impiego in modo del tutto analogo a come avrebbero fatto se fossero rimasti in città.

Cosa ha comportato, per un così grande numero di lavoratori, l’aver sperimentato lo smart working?

Lo smart working “obbligato” a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19 è diventata l’occasione per una presa di coscienza collettiva da parte dei lavoratori, i quali hanno “scoperto” come fosse possibile, anche in presenza di un rapporto di lavoro subordinato, lavorare lontano dall’ufficio (sebbene lo smart working sia stato introdotto in Italia nel 2017). Prerogativa che, in precedenza, era ad appannaggio principalmente di lavoratori autonomi ed imprenditori.

Si tratta dunque di un cambiamento epocale che merita di essere analizzato per la rilevanza che il suo impatto avrà nel mondo del lavoro del futuro, nella consapevolezza che la modalità di lavoro agile non verrà dimenticata con l’uscita dalla pandemia.

Quali saranno alcune delle implicazioni che lo smart working apporterà alla cultura del lavoro?

L’intensificarsi dell’utilizzo della modalità di lavoro agile non potrà che comportare una nuova concezione della relazione tra datore di lavoro e dipendente, incentrata totalmente su valori quali la fiducia del datore di lavoro nei confronti dello smart worker e la massima responsabilizzazione del lavoratore.

E non mancano aziende che si sono fatte promotrici di questo radicale cambiamento.

Portiamo l’esempio di Bayer, nota multinazionale del settore farmaceutico, la quale ha di recente annunciato di aver siglato un accordo sindacale che consentirà a tutto il personale Bayer in Italia, a decorrere dal primo aprile, di gestire liberamente il proprio orario di lavoro senza obbligo di timbratura, e di lavorare in modo flessibile sia da casa che in ufficio.

Va da sé come un simile approccio necessiti di una attenta ed efficace organizzazione del lavoro da remoto: al dipendete in smart working verranno assegnati degli obiettivi, i quali dovranno essere conseguiti con organizzazione autonoma dei tempi di lavoro.

Pertanto, il rendimento del dipendente non sarà più valutato sulla base del tempo trascorso in ufficio, bensì esclusivamente sulla base dei risultati raggiunti, aprendo così la strada ad una concezione che attribuirà rilevanza alla qualità del lavoro, frutto di una organizzazione autonoma del dipendente anziché controllata in qualunque momento dal datore di lavoro.

Le canoniche 8 ore lavorative giornaliere potrebbero diventare un ricordo, e a giovarsi di questo maggiore grado di autonomia potranno essere i lavoratori capaci di conseguire gli obiettivi nel minor tempo possibile.

Tale cambiamento parte anche da una ulteriore riflessione, ovvero che il benessere psicofisico dei dipendenti non può che comportare una maggiore produttività aziendale.

Ce lo insegnano le esperienze di aziende del Nord Europa, che hanno ridotto a 6 le ore lavorative giornaliere con l’idea di offrire ai dipendenti maggior tempo libero, in cambio di una più razionale ed autonoma organizzazione del proprio tempo lavorativo ed un più rapido raggiungimento degli obiettivi prefissati.

In Italia, invece, stanno nascendo interessanti formule innovative come quella proposta da Smace, la quale ha pensato di trasformare il lavoro da remoto in un benefit aziendale.

La proposta della startup ferrarese offre alle aziende un nuovo servizio di welfare per i dipendenti, che consiste nel poter usufruire di soggiorni di workation utilizzando il proprio credito welfare annuale.

Tale neologismo nasce dalla crasi dei due vocaboli work e vacation e sta a significare la ricerca di un equilibrio ideale tra impegni lavorativi e vita privata.

Ma quali sono le possibili implicazioni negative di una working class tutta in smart working?

Partendo dal presupposto che gli eccessi hanno sempre risvolti negativi, una adozione massiccia dello smart working rischia di avere serie implicazioni sugli svariati tessuti che compongono la società; in primis il tessuto produttivo urbano, dove lo spopolamento degli uffici causerà inevitabilmente la perdita di tutte quelle attività commerciali che trovano nel lavoratore d’ufficio un cliente regolare e, come tale, generatore di una consistente parte del fatturato (il primo pensiero va ai piccoli imprenditori della ristorazione che hanno l’attività nei pressi dei grandi comparti direzionali delle città). Da questo punto di vista, è auspicabile che lo Stato affianchi i piccoli imprenditori della ristorazione in un percorso di riconversione delle proprie attività.

Da altro lato è ipotizzabile una corsa al ripopolamento di borghi e luoghi che offrono uno stile di vita meno frenetico, nei quali bisognerà ricostruire un’offerta di servizi. Ciò dovrà essere colto come un’opportunità anziché, come talvolta sostenuto dai detrattori dello smart working, un rischio di confinamento sociale.

Il riequilibrio tra città ed ambiente para-urbano è uno dei mantra dell’architetto Stefano Boeri, il quale da lungo tempo auspica un riassetto della relazione tra la metropoli e il territorio rurale, volto al recupero funzionale del patrimonio architettonico dei borghi e alla contestuale riconversione delle attività produttive urbane.  Tutto ciò avrà conseguenze che inevitabilmente intaccheranno gli interessi economici di alcuni, mentre apporteranno benefici ad altri.

In conclusione, il lavoro da remoto offre l’opportunità per riflettere sui risvolti che tale modalità di lavoro apporterà non solo nel mondo del lavoro ma anche nella sfera sociale ed economica della nostra società.

Ad esempio, tra le varie opportunità per le imprese vi sarà quella di sfruttare spazi di co-working insieme con altre aziende, risparmiando sui costi connessi all’uso di un immobile, mentre i lavoratori potranno scegliere di operare da località che offrono uno stile di vita più rispondente alle proprie aspirazioni.

E chissà, magari qualcuno deciderà di trasferirsi in un’isola tropicale, aprendo però un ulteriore capitolo connesso alle implicazioni del lavoro da e con l’estero, del quale tratteremo nel prossimo articolo.

Jessica Silla – j.silla@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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