Diritto dell'Esecuzione Forzata

Regime di opponibilità all’esecuzione degli atti di destinazione

Tribunale di Reggio Emilia, 10/03/2015

Nella pronuncia in commento, il G.E. ha rigettato l’istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. proposta dal debitore. Di seguito, l’esecutato, non curante dell’esito in oggetto, ha reiterato le doglianze già ampiamente disattese da parte del giudice.

Nel caso di specie, il bene immobile aggredito dalla procedura, è stato sottoposto a vincolo di destinazione ex art. 2645 ter c.c. La norma in questione, così come modificata dalla L. n. 51/2006, prevede la possibilità di rendere opponibile a terzi la destinazione di beni immobili o mobili registrati “alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell’art. 1322 secondo comma”, rendendo pertanto, tali beni, escutibili da parte del creditore solo per debiti contratti con scopo di destinazione.

Con riferimento alla causa oggetto d’esame, il debitore ha apposto, su di un immobile già di sua proprietà, un vincolo di destinazione finalizzato “al soddisfacimento delle esigenze abitative ed in genere ai bisogni del nucleo familiare” presupponendo, che suo il termine finale, si ravvisasse nel compimento del quarantesimo anno di età della figlia.

Ultimate tali necessarie premesse, è possibile, dunque, comprendere la pregnante motivazione alla base della sentenza, a sua volta declinabile in tre diversi ordini di ragioni.

In primo luogo, in assenza di specifica pronuncia da parte della Suprema Corte, la tesi giurisprudenziale maggioritaria ritiene, in tal senso, che l’art. 2645 ter c.c. non prevede la possibilità di un’auto destinazione unilaterale del bene già in proprietà della parte tramite un negozio destinatorio.

Secondariamente, quand’anche volesse ritenersi illegittima la summenzionata ipotesi, ritenendo pertanto ammissibile il già citato negozio destinatorio, bisognerebbe subordinare la reale efficacia di tale finalità “al concreto assetto di interessi perseguito dalla parte”. In virtù di ciò, dunque, l’esecutato avrebbe dovuto necessariamente specificare le motivazioni alla base di tale vincolo. Ragioni che, certamente, non si riscontrano nella generica destinazione dell’immobile “al soddisfacimento delle esigenze abitative ed in genere ai bisogni del nucleo familiare”, né tantomeno nel termine finale del compimento del quarantesimo anno di età della figlia, apparendo irragionevole agl’occhi del giudice, il subordine del raggiungimento dell’autosufficienza e dell’autonomo mantenimento di un qualsiasi figlio, al conseguimento di un età così adulta.

In ultima istanza, e tale argomento viene definito addirittura “dirimente” in tal senso, quand’anche si volesse optare per l’ipotesi di legittimità dell’atto di destinazione, i beni in questione “risulterebbero comunque ritualmente aggrediti dal debitore ex art. 2645 ter ultima parte c.c., in quanto il debito assunto dal debitore ed azionato esecutivamente dal creditore, è stato contratto per uno scopo pienamente coerente con l’atto di destinazione, cioè con i bisogni della famiglia”.

A corroborare il proprio ragionamento, il G.E., nella fase finale della sentenza, menziona, altresì, un orientamento della Suprema Corte che, fornendo un’interpretazione ampia della categoria dei bisogni di famiglia, esclude al tempo stesso, da quest’ultima, le esigenze di natura voluttuaria e con carattere marcatamente speculativo.

In virtù delle suesposte argomentazioni, ed in ragione di un mancante elemento di prova fornito dall’opponente in merito alla conoscenza, da parte del creditore, dell’estraneità del credito rispetto ai bisogni familiari, il G.E. ha decretato il rigetto dell’istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. proposta dal debitore esecutato.

4 settembre 2015

Andrea Madaro – a.madaro@lascalaw.com

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