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Redditività minima dei capitali nel finanziamento

Anche la Corte d’Appello di Torino conferma che la “clausola di redditività minima” del finanziamento erogato (c.d. clausola floor) non costituisce contratto derivato e non ha natura di strumento finanziario.

Una società agiva in giudizio contro la banca mutuante assumendo l’invalidità del contratto di mutuo “per mancanza di causa, per carenza di traditio, per illegittima pattuizione della clausola c.d. floor”. In primo grado il Tribunale di Asti (con sentenza n. 243 del 14 marzo 2018) respingeva al riguardo le censure e domande della società e, in sede d’appello, viene dedotto che “l’inserimento della clausola cd. Floor nel contratto di mutuo si configura come “la vendita di un’opzione da parte del cliente a favore della Banca”, vendita per la quale la Banca sarebbe stata tenuta a corrispondere un prezzo a favore del cliente o quantomeno ad abbassare il tasso contrattuale. Inoltre, trattandosi a tutti gli effetti di un contratto derivato la banca era tenuta al rispetto della normativa prevista dal TUF e dai Regolamenti Consob in materia di obbligo di stipulazione del contratto quadro e obblighi informativi in fase contrattuale e precontrattuale”.

Il Collegio torinese riesamina la questione nel merito, ma esclude che la presenza della clausola contrattuale possa modificare la natura del mutuo, sottolineando peraltro che “appaiono fuorvianti e non corretti i richiami alla giurisprudenza in tema di contratti derivati (con particolare riferimento agli Interest Rate Swap)”.

Pacificamente, infatti, la condizione di “redditività minima” è inserita all’interno del contratto di finanziamento ed essa è rappresentata da una condizione del contratto nella quale le parti danno atto del fatto che l’andamento negativo dell’indice di tasso variabile non potrà essere inferiore ad un determinato valore e, in sostanza, il mutuo si limita a prevedere un tasso minimo.

Sulla scorta di tali presupposti, necessariamente, il Collegio di secondo grado riconosce che “che la presenza di una clausola di tasso “floor” non fa assumere automaticamente al contratto cui accede la natura di strumento finanziario, con conseguente applicabilità di tutta la disciplina del c.d. TUF, e in particolare degli obblighi informativi in esso previsti a carico dell’intermediario finanziario; né può fondatamente ritenersi che, a fronte dell’inserimento di tale clausola, la pattuizione di interessi “minimi” da corrispondersi da parte del mutuatario al mutuante, quale accessorio dell’obbligo di restituzione e remunerazione per la cessione del capitale, snaturino l’essenza del contratto mutandone la natura da contratto reale avente causa finanziamento a strumento finanziario con cui il cliente, controparte dell’istituto di credito, mira a realizzare un investimento finanziario, con conseguente diritto a ricevere informazioni complete e puntuali in relazione all’effettivo grado di rischio assunto, e sull’equilibrio delle condizioni contrattuali così come effettivamente praticate”.

Corte d’Appello di Torino, 25 settembre 2019, n. 1561

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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