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Quando la disattenzione non paga

Dopo una caduta, ci si rialza e… si punta al risarcimento. A maggior ragione se lo scivolone è causato da un ostacolo non segnalato.

A limitare le pretese dei distratti è, tuttavia, intervenuta, nuovamente, la Corte di Cassazione che con l’ordinanza n. 347 del 13 gennaio 2020 è tornata sul tema della responsabilità da cose in custodia, ribadendo come il risarcimento non sia dovuto per i danni evitabili utilizzando l’ordinaria diligenza.

In particolare, nell’interessante caso posto all’attenzione della Suprema Corte, una donna aveva preteso di essere risarcita per i danni patiti a seguito di una caduta avvenuta nel cortile della sua abitazione e provocata dalla presenza di un dissuasore di parcheggi non segnalato.

E mentre il Tribunale competente aveva accolto la domanda dell’attrice condannando la parte convenuta al pagamento di una cospicua somma, la Corte d’appello aveva riformato la pronuncia di primo grado, invitando la sventurata a restituire le somme percepite in virtù della sentenza di primo grado. In particolare, secondo la Corte d’appello, il dissuasore di parcheggio non costituiva un oggetto dotato di intrinseca pericolosità e il fatto che la caduta fosse avvenuta in un soleggiato pomeriggio di agosto portava indubbiamente a ritenere che l’ostacolo fosse ben visibile. Se a ciò si aggiunge che la donna era caduta nel cortile di casa propria e dunque in un luogo ben noto, ai giudici di secondo grado è parso quasi scontato concludere che la caduta fosse stata provocata da una disattenzione della donna.

Dello stesso avviso è stata la Cassazione che, valutando la particolare circostanza, ha concluso che la caduta avrebbe potuto essere evitata se la donna avesse prestato “un’ordinaria cautela e diligenza nel transitare nei luoghi a lei non estranei”. Nello specifico, richiamando i principi già espressi in precedenti pronunce, la Suprema Corte ha sottolineato che “in tema di responsabilità civile per i danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ” che richiede “una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione”.

Ne consegue “che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro”.

Sulla scorta di tale principio di diritto la Cassazione ha rigettato il ricorso della donna.

Cass., Sez. VI, 13 gennaio 2020, ordinanza n. 347

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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