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Qualificazione giuridica e impignorabilità delle Polizze Assicurative

Sul fronte della pignorabilità delle polizze assicurative di tipo finanziario non vi è un orientamento unico da parte della Giurisprudenza e la decisione qui richiamata prova a delimitare i discrimen tra pignorabilità ed impignorabilità.

Infatti, nei confronti delle polizze assicurative non può essere promossa alcuna azione esecutiva e l’unico caso in cui può essere sollevata una valida eccezione all’applicabilità dell’art. 1923 c.c. è il caso in cui tali polizze siano ritenute investimenti di natura finanziaria.

La valutazione della natura giuridica delle polizze unit linked (o index linked) è affidato al Giudice che, caso per caso, è chiamato a delineare il perimetro di pignorabilità di tali polizze, ponendo attenzione alla loro natura.

Al di là del nomen iuris attribuito al contratto, la valutazione tecnico-specialistica deve essere effettuata da soggetti professionali, che oltre al singolo rapporto, devono considerare la natura, i vari rami in cui è suddivisa una singola polizza e la possibilità di riscatto anticipata della stessa.

Partendo dalla valutazione riferita alla normativa europea (art. 4 Regolamento UE, N. 1286/2014), il Giudice “considera prodotto di investimento assicurativo una polizza il cui valore è influenzato dalle oscillazioni del mercato, ossia un prodotto in cui il rischio di investimento è a carico del sottoscrittore. È evidente pertanto come, ai sensi della disciplina sovranazionale direttamente applicabile, l’assenza di una garanzia di restituzione del capitale investito non costituisca elemento ostativo alla qualificazione del contratto come assicurativo”.

Pertanto, “la funzione previdenziale di un investimento non può farsi discendere sic et simpliciter dalla sussistenza di un rendimento garantito ovvero dall’assenza di un rischio di investimento in capo al sottoscrittore: ragionando in questi termini, infatti, si finirebbe paradossalmente per negare la funzione previdenziale anche alle forme di previdenza complementare (e in una certa misura persino al sistema pensionistico obbligatorio, nella forma oggi assunta), posto che nell’ambito di tale sistema la garanzia del rendimento è meramente eventuale e il rischio di investimento incombe sul sottoscrittore, le cui quote presentano un valore soggetto alle oscillazioni del mercato”.

Collegandosi a quanto supra, il Tribunale espone le nozioni di “copertura assicurativa” e “copertura previdenziale”, affermando che “nel primo caso (copertura assicurativa), occorre verificare se sussiste l’assunzione da parte della compagnia assicurativa di un rischio demografico, che presuppone valutazioni a carattere statistico-attuariale e conduce, sotto il profilo prudenziale, all’appostamento di riserve tecniche in bilancio; nel secondo caso (copertura previdenziale), risulta significativo – tra l’altro – l’esame dell’orizzonte temporale dell’investimento, che dovrebbe tendenzialmente coincidere con la durata della vita lavorativa”.

In conclusione, nel caso in esame, non erano presenti ragioni sottese ad escludere l’applicabilità dell’art. 1923 c.c., la cui ratio, consistente nel favor legislativo per gli investimenti privati con finalità assicurativa e latu sensu previdenziale (cfr Cass. Civ., Sez. Unite, 31-3-2008, n. 8271), applicabile anche alle polizze della pronuncia in esame, in quanto mirano al perseguimento di obiettivi analoghi.

Per questo, il pignoramento delle polizze sottese al caso di specie è stato dichiarato inefficace.

Tribunale di Brescia, sentenza del 13 giugno 2018

Gabriele Stefanucci – g.stefanucci@lascalaw.com

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